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Antonio Fiabane

Torna di moda il binocolo

Il cantautore bellunese nel suo ultimo album esprime una poetica di purezza. E ci invita a guardare il mondo senza mediazioni imposte

28 Settembre 2015

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Torna di moda il binocolo

Non so neanch’io perché abbia impiegato tanto prima di mettermi a scrivere queste annotazioni a margine dell’ultimo album del cantautore bellunese Antonio Fiabane. Probabilmente, non avendo io troppa dimestichezza con le recensioni musicali, avevo bisogno di lasciare che Torna di moda il binocolo sedimentasse, senza rischio di scivolar via come tante produzioni che, ascoltate una volta, si ripongono sullo scaffale (o nell’archivio di Spotify) e non si frequentano più.

Il fatto è che Fiabane, che io seguo da una quindicina d’anni, ha una sua poetica della malinconia che impiega un po’ a farsi strada, a causa forse del fatto che molti brani tendono a presentarsi come orecchiabili, addirittura canticchiabili. Prendete per esempio il pezzo d’apertura, “Cataro”: enigmatico nel titolo e in alcuni passaggi “geografici” del testo (si citano la Cina e Beirut, ma anche il Veneto, città natia dell’autore). Il coro infantile all’inizio, un ritornello, si imprime nella memoria e difficilmente se ne distacca. E fin da qui compaiono nei testi alcuni lemmi cari all’autore, come “Anima” e “Prete” (più altri riferimenti religiosi che potrebbero riecheggiare tempi giovanili di una sua formazione seminariale). Attenzione anche ai pezzi successivi: “Anima bella”, “Amatori”, “Bellestati”. L’intento della prima parte dell’album, quasi dichiarato, è proprio qui, nella ricerca di bellezza e purezza. Intento subito sapientemente sdrammatizzato attraverso lo scarto poetico dell’ironia.

La seconda parte dell'album allarga la visuale alla nostalgia di “Estate 1993”, al batticuore di un prossimo incontro galante in “Abito blu”, al quadretto malinconico e struggente dedicato a un grande portiere degli anni Sessanta e Settanta, Ricky Albertosi.

Alcuni temi e intenzioni erano già ben presenti nell’album precedente di Fiabane, Riconosci i tuoi santi (2012). Lì, nella struggente “Rita”, con “il fascino, la decadenza di una stanza vuota” c’era già la capacità di descrivere interni, microcosmi, cose perse nelle sfumature di una visuale magari allungata dalle lenti di un binocolo a rovescio. “Proprio così, con un binocolo, più in là del mio ombelico, vedo mondi nuovi e case lontane abitate” (“Cataro”).

Non aspettatevi però banalità da artisti cari alle masse e ormai afasici, né contorsioni cervellotiche da pseudointellettuali ispirati e produttori di latte alle ginocchia. Al cantautore bellunese piace arrivare “storto”, perlopiù inaspettato, come quando dice “Mi hanno detto ‘sei un cane’ in quasi tutte le lingue del mondo, era un successo internazionale, non l’ho capito mai fino in fondo” (e qui a me viene in mente Paolo Conte), ma sempre con un lampo di significato. 

Per il resto, volendo fare paragoni di stile, alcune inflessioni vocali fanno pensare a Enrico Ruggeri, ma soprattutto a Ivano Fossati, per certe vocali allargate in piccoli spasimi di dolore un po’ stupito. Musica e arrangiamenti non rubano spazio alla parola, anzi la sottolineano dove necessario.

Il disco si avvale della produzione di Fabio de Min, dei Non voglio che Clara, gruppo bellunese fra i più interessanti su piazza, e delle sonorità, oltre che dello stesso De Min, di Alberto Mambrini (fisarmonica, tastiere), Alessandro De Crescenzo (chitarre), Moreno dal Farra (batteria, percussioni), Lello Gnesutta (basso), Gigi Golfetto (sax).

Fiabane percorre da decenni le strade della musica nostrana, sia come autore sia come produttore sia come scopritore di talenti. Conosce bene il mondo discografico, di cui ha fatto parte fin dai corruschi anni Ottanta. Si può dire che ne abbia testimoniato anche il declino. Perciò forse si sta concentrando su prodotti che nulla hanno a che fare, per fortuna, con la faciloneria delle programmazioni da radio commerciale. La sua è canzone d’autore, scava dentro e richiede tempi di assimilazione non istantanei. E soprattutto fa riflettere sulle mediazioni deformanti a cui ci tocca sottostare: schermi di tv, di computer, terminali video e filtri di telegiornali. Allora meglio il binocolo, per scrutare almeno da lontano una realtà che ci faccia ancora sentire vivi e umani.

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Paolo Bianchi

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Ha pubblicato "Avere trent'anni e vivere con la mamma" (Bietti, 1997), "Uomini addosso" (ES, 1999), "Il mio principe azzurro" (ES, 2001, con Igor Sibaldi), "La repubblica delle marchette" (Stampa alternativa 2004, con Sabrina Giannini), "La cura dei sogni" (Salani, 2006), "Per sempre vostro" (Salani, 2009), "Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, 2012). Ha scritto per riviste e quotidiani, fra questi ultimi "Il Foglio". "Il Giornale" e, dal marzo 2010, "Libero". Lavora anche come traduttore letterario.

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