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La frase del giorno

È vero: pur di cacciarlo gli avrebbero messo la cocaina in tasca. Ignazio Marino, la storia del disastro

Andrea Tempestini

Andrea Tempestini

Milanese convinto, classe 1986, peregrinazioni giornalistiche tra Milano, Urbino, New York e ancora Milano, a "Libero" da maggio 2010. Prima economia, poi online, dove continuo a scrivere di economia e politica. Il mio sogno frustrato è l'Nba. Adoro Vespe, gatti, negroni e mr. Panofsky. Su Twitter @anTempestini

Ignazio Marino

"Se non fossero arrivati questi scontrini, prima o poi avrebbero detto che avevo i calzini bucati o mi avrebbero messo della cocaina in tasca", Ignazio Marino, La Stampa, 9 ottobre.

La fine ingloriosa di Ignazio Marino, senza voler andare troppo in là nel tempo, per certi aspetti ricorda quella dell'ultimo governo Berlusconi e di quello, breve e impalpabile, di Enrico Letta. Tutti e tre assediati, tutti e tre barricati, più o meno metaforicamente, chi al Campidolgio e chi a Palazzo Chigi. Tutti e tre, infine, costretti alla resa. Ma tra le tre vicende c'è una netta differenza qualitativa. Il Cav fu schiacciato da una insostenibile congiuntura economica e dalle presunte manovre d'accerchiamento delle cancellerie europee; Letta fu polverizzato da una spietata ed efficace manovra politica il cui obiettivo era consegnare il suo scranno a Matteo Renzi; Marino è crollato sotto al peso di una lunga e grottesca serie di "scandalucci", gaffes e marachelle, condite da un'insipienza comunicativa (la sua) che - sempre per restare agli ultimi anni della nostra politica - può ricordare quella della disastrosa campagna elettorale di Mario Monti. Ogni frase scelta da Marino, così come ai tempi ogni frase scelta dal Loden, era la frase sbagliata. Qualche esempio, in rapida successione: disse di non aver mai visto Salvatore Buzzi e fu subito smentito da una fotografia; "Tornate nelle fogne", disse alla destra che lo contestava salvo scusarsi poche ore dopo; "Connetta quei due neuroni che ha", e altre frettolose scuse; si è fatto smentire da un Papa mai così accigliato, capolavoro di sciagura comunicativa senza precedente alcuno. Infine l'assurdo, "restituisco i 20mila euro", la più spiazzante delle prese di posizione, con cui ha tracciato plasticamente i confini della definizione di "alieno" che lo ha accompagnato dal suo primo giorno in Campidoglio (peccato però che il significato di "alieno" sia degradato a velocità record da uomo esterno alla politica ed alieno al malaffare ad uomo alieno a politica e comunicazione, e dunque inadatto). In definitiva, se nella storia del crollo di Berlusconi e Letta vi fu comunque un qualcosa di tragicamente epico, nella storia del crollo di Marino resta soltanto il tragico, nell'accezione più buffa del termine.

Anche le ultime convulse ore del suo mandato (e quelle immediatamente successive) hanno contribuito a delineare una figura sempre più sconcertante. L'arrocco in Campidoglio e l'intenzione di non arrendersi nonostante le dimissioni a raffica dei "suoi", giusto per rendere il suo (inevitabile) addio ancor più degradante. Poi le sue dimissioni con riserva, "ho 20 giorni per ripensarci", un altro unicum politico (proprio come la smentita del Papa). Un capriccio, una minaccia (spuntata) al suo partito. E ancora, il video su Facebook, dove si mostra impassibile, distaccato, "alieno", e nel quale rivendica i suoi presunti successi e bolla come "squallida e manipolata" la polemica sulle spese di rappresentanza per la quale, nei fatti, si è appena dimesso. Poi trascorre la notte, e al mattino i quotidiani riportano le minacce di un uomo che non riesce a metabolizzare il fatto di non essere stato all'altezza della situazione: "Apro le mie agende colorate. Ogni nome, un favore richiesto"; "Dalla settimana prossima farò il tour delle televisioni per mostrare tutte le raccomandazioni"; "Se mi cacciate farò tutti i nomi. Vi tiro giù tutti", e "tutti" sono quelli del Pd.

Fuori luogo, fuori posto, scomposto, fuori dalle righe, rancoroso, almeno stando alle frasi (assai più che verosimili) a lui attribuite. Marino non ha saputo accettare il fallimento sin dal principio, figurarsi nel momento emotivamente difficile del crollo. E per cesellare l'autoritratto sgangherato del fu sindaco di Roma, ecco venirci in soccorso l'intervista a La Stampa. Nessun retroscena: le parole sono le sue, senza margine di smentita. Marino ci fa sorridere nel ricordare un episodio avvenuto a Londra, quando "a un convegno con i sindaci europei ho rinunciato al buffet da 40 sterline perché mi sembrava uno schiaffo alla miseria. Ho attraversato la strada e sono andato da Starbucks". Per carità, lodevole, eppure nel momento della resa e dello sputtanamento per gli scontrini e le "cene di lavoro" appare così fuori luogo raccontarlo. Peggio ancora sui 20 giorni per ripensare alle dimissioni: "Una minaccia? Ma si figuri. Prendo atto che Pd e Sel, due partiti della maggioranza, hanno chiesto le mie dimissioni. E un chirurgo non può restare in sala operatoria senza il suo team". E allora, se il chirurgo non può restare, le dimissioni con riserva cosa sono, se non una minaccia? Anche quando Marino spiega che "io sono l'ultima persona al mondo che vuole occupare una poltrona" fa un poco tenerezza, perché si dipinge all'esatto opposto di come viene visto dai più, in un tentativo di auto-rappresentazione che, anche solo per questioni di opportunità, sarebbe stato meglio evitare.

"Ho provato a interrompere il consociativismo degli affari che fa sedere maggioranza e opposizione intorno allo stesso tavolo, senza scontrini... E ho pagato per questo". Almeno su queste parole, a Marino, si deve concedere il beneficio del dubbio. Per ora sono soltanto parole: forse è vero, forse no. Per certo - e anche questo bisogna concederglielo - ogni polemica che lo ha riguardato si è sviluppata con una veemenza rara, con un'esplosività che, forse, non si sarebbe presentata in altri contesti e contro altri personaggi. Oltre alle vicende già citate, si ricordano anche la Panda rossa, l'ammutinamento dei vigili a Capodanno, i nubifragi (ma lui era a Milano), la monnezza in prima pagina sul New York Times (altro unicum), il funerale dei Casamonica (altro unicum, ma lui era in vacanza), infine le cene nei ristoranti e le smentite di oste e ambasciatori vietnamiti. Mentre le opposizioni lo colpivano sempre più forte, tutti lo scaricavano: in primis i romani, quindi anche il suo partito. Certo, come detto le polemiche lo hanno travolto con una violenza peculiare. Certo, gli si può ancora concedere la possibilità di essere stato - oltre che profondamente inadeguato - anche scomodo. Ma probabilmente, quando Marino afferma che pur di cacciarlo "mi avrebbero messo la cocaina in tasca", piuttosto che offrire l'impalpabile giustificazione della sua lotta al "consociativismo" del malaffare capitolino, potrebbe provare a farsi una domanda e a darsi una risposta. Il punto è che è vero, ha ragione. È un'iperbole, ma pur di cacciarlo erano davvero disposti a ficcargli della cocaina in tasca. Ma non perché era scomodo.

di Andrea Tempestini
@anTempestini

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Commenti all'articolo

  • vmannel

    09 Ottobre 2015 - 11:11

    ma dai,che bisogno ci sarebbe stato

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