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Complimenti per la trasmissione

Se il blocco dell'Auditel non ferma la terribile lotteria dell'ascolto

Quindici giorni senza dati serviranno? Mah...

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
renzo arbore

La cosa è grave, ma non è seria. Come se avessero anticipato il nome del Papa durante il Conclave o rivelato l’identità segreta di Zorro. Lasciarsi scappare 4000 indirizzi di famiglie Auditel è più di un crimine è un errore, diceva Talleyrand che, comunque, non lavorava in Sipra.

Televisivamente, che il sistema di rilevazione d’ascolti si blocchi per una quindicina di giorni potrebbe preludere a una rivoluzione culturale. Potrebbe. Auditel, così com’è fatto, è un ornamento del paleolitico. Si basa sul campione di 5000 famiglie quasi sempre le stesse, tronfie e talora corruttibili (io stesso intervistai una signora-campione pugliese innamorata di Santoro, che durante Annozero faceva figurare un gruppo d’ascolto oceanico che neanche alla Nielsen o alla tombola di Natale); in più non tiene conto dello spettatore «liquido», quello giovane e/o colto che usa la catch tv e si spara i programmi quando gli aggrada, su tablet e pc; in più attribuisce ai microascolti delle tv tematiche la stessa rilevanza qualitativa delle colate di trash di prima serata; in più spinge gli investimenti pubblicitari verso lidi sicuri, spesso abitati dai soliti programmi e dalle solite facce. Il coraggio dei pochi sperimentatori televisivi, a quel punto, o s’infrange sulla battigia degli sponsor, o s’affida, talora, alla potenza di fuoco dell’editore (di solito Sky...). Antonio Campo Dall’Orto, dg Rai, in cuor suo non vedeva l’ora di sopprimere la liturgia quotidiana della lettura delle curve d’ascolto. Che, per i più si trasforma in una sorta di autodafè: conduttori e autori in attesa ansiogena dei dati, recitazione sussurrata della messa della share con lettura pubblica dei peccati, condanna immediata o con dilazione (trasformazione del programma con immissione di nuovi autori o chiusura).

Chi ha provato l’ebrezza del dato d’ascolto mattutino sa perfettamente che parlo di una roba molto vicina a una lotteria della morte tipo Hunger Games. Questo se va male. Se va bene gioisci, ma ti rimane comunque il retropensiero del rischio d’essere sempre giudicato da quattro imbecilli col senso estetico di un paguro. Qualche collega critico tv -e il mio amico Renzo Arbore- si augura che in questi 15 giorni i dirigenti tv (a cui comunque vengno sempre consegnati ogni giorno gli ascolti falsati) si sbizzarriscano nella sperimentazione selvaggia, chessò, Uomini e donne condotto da Corrado Augias. Io aspetto Netflix, ma non m’illudo...

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