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Il ritorno del Re Leone

Intervista a Wilbur Smith, di passaggio a Milano per presentare il suo ultimo libro

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Ha pubblicato "Avere trent'anni e vivere con la mamma" (Bietti, 1997), "Uomini addosso" (ES, 1999), "Il mio principe azzurro" (ES, 2001, con Igor Sibaldi), "La repubblica delle marchette" (Stampa alternativa 2004, con Sabrina Giannini), "La cura dei sogni" (Salani, 2006), "Per sempre vostro" (Salani, 2009), "Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, 2012). Ha scritto per riviste e quotidiani, fra questi ultimi "Il Foglio". "Il Giornale" e, dal marzo 2010, "Libero". Lavora anche come traduttore letterario.
Il ritorno del Re Leone

Lo scrittore sudafricano Wilbur Smith

Nella felpatissima e lussuosa suite al nono e penultimo piano del Principe di Savoia, a Milano c’è e un divano color crema da cui qualcuno si dev’essere alzato da poco: c’è ancora la forma di un corpo. Ma Wilbur Smith, 82 anni, nato in Zambia, residente a Londra e in Sudafrica, uno degli autori di romanzi d’avventura più letti al mondo, un centinaio di milioni di copie vendute, non è in stanza. Su un tavolino, un bastone da passeggio di legno scuro. Dopo qualche minuto appare, alto, camicia verde vivace, malfermo sulle gambe. Quando si accomoda al suo posto, mi pare di ottimo umore. Ha uno sguardo chiaro e malizioso, lucidissimo. E un atteggiamento incline all’ironia. Concordiamo un dialogo botta e risposta.


Lei ha scritto 36 libri. Ha ancora voglia di scrivere?

«Ne ho scritti 42. Trentasei sono solo quelli pubblicati. Sì, ho ancora voglia. In fondo, è la mia vita».

L’ultimo libro, Il Leone d’oro (Longanesi), è ambientato di nuovo in Africa, in un crocevia di popoli e culture come Zanzibar. C’è stato di recente?

«Ci sono stato molte volte, anche da poco, sì».

È stato scritto a quattro mani con Giles Kristian. E’ la prima volta. Cosa significa?

«Con lui scriverò anche i successivi. Lui mi ha fornito la trama. Le ricerche però le ho fatte io, lo faccio da 55 anni…»

Nella vita ha sempre viaggiato anche in posti selvaggi e in maniera avventurosa. Quante volte è stato vicino alla morte?

«Cinque o sei: incidenti, una volta che mi ero perso nel bush africano, e quando mi hanno operato al cuore».

È vero che le hanno sparato più volte?

«È capitato. Ma sono troppo veloce».

Ha mai sparato lei, magari a grossi animali feroci?

«Certo che l’ho fatto, quando avevo 20-30 anni. Nel ranch di mio padre. I grossi carnivori attaccavano il bestiame, io li uccidevo. Io mangio tutto ciò che uccido».

Quindi ha anche mangiato carne di leone?

«Sì. Sapeva di piscio di gatto».

Che cosa sta leggendo?

«In genere leggo quel che scrivo. Ora anche una biografia del generale inglese Montgomery e il romanzo I am Pilgrim di Hayes»

E se, quando lei non ci sarà più, i suoi personaggi le sopravvivessero, scritti da altri…?

«A me non importa, ma sarebbero contenti i miei eredi».

Conosce Emilio Salgari?

«Sì, è una domanda che mi fanno tutti gli italiani. Dicono che ci sono delle somiglianze tra i suoi romanzi e i miei».

In generale, in tutto il suo lavoro, la psicologia dei suoi personaggi non è molto delineata.

«I lettori ci arrivano da soli. Dò abbastanza suggerimenti perché traggano le loro conclusioni».

Lei ha una casa in Sudafrica. Com’è adesso la situazione politica e sociale laggiù?

«Cambia sempre. I bianchi stanno via via perdendo potere, i neri lo guadagnano».

È una società sicura?

«È una società che mi piace. E poi anche in Italia ci sono posti dove non gireresti solo di notte. Ma del Sudafrica mi piacciono le montagne, i deserti, gli animali addomesticati e quelli selvaggi, gli uomini selvaggi e gli uomini civili».

Tra i suoi molti viaggi, qual è quello che le è rimasto più impresso?

«Tutta la vita è viaggio, per me. Dopo il primo libro ho avuto a disposizione il tempo. A volte ho pianificato i viaggi, a volte decido in un attimo e parto. Dell’Italia amo vino, cibo, auto, donne».

È vero che lei ha ricevuto, per sei libri, un anticipo di 24 milioni di dollari?

«Dimentica un paio di cifre».

È ricco?

«Ho un patrimonio tra i 100mila e il mezzo miliardo di dollari. Diciamo che è un segreto tra me, Dio e l’ufficio delle Imposte».

Qual è il suo rapporto con la tecnologia?

«Se proprio dovessi scegliere, preferirei andare avanti con le lettere di carta e i telegrammi. Non mi piace l’email. Mi sento sopraffatto dalla tecnologia. Immagino che ci sia molto di buono, ma io sono della vecchia scuola».

Se per paradosso lei dovesse scegliere tra non poter più leggere niente o non poter più scrivere niente, che cosa farebbe?

«Mi sparerei».

Grazie.

«Grazie a lei. Alcune domande erano piuttosto sciocche. Spero di averle dato risposte altrettanto sciocche».

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