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I numeri dell'economia

Hillary Clinton, il rischio di passare per la "Obama terzo"

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

“L’economia va meglio quando c’e’ un Democratico alla Casa Bianca”, aveva detto la ormai sicura nominata Clinton prima che uscisse, ieri 29, il deludente dato della crescita del PIL americano per il terzo trimestre 2015, che e’ stata pari al +1,5%. Hillary con quella bocca puo’ dire quello che vuole, visto che una maggioranza assoluta degli americani la considera gia' una bugiarda inaffidabile, ma stavolta l’ha sparata grossa. “Io assegno una A (e’ il voto massimo usato nelle scuole americane NDR) al presidente per come ha evitato che l’economia finisse in una Grande Depressione”, ha aggiunto. In realta’ le misure di tampone contro la crisi dei subprime e delle banche nel 2008 erano gia’ state prese da Bush, con i controversi salvataggi finanziari che erano stati concordati con lo staff democratico che preparava la “transizione” al governo del neoeletto Barack, due mesi dopo il fallimento della Lehman Brothers. Quello che e’ successo poi, dal febbraio 2009, e’ stata invece tutta farina del sacco democratico (superstimoli, Obamacare, iper-regolamentazioni) e gli effetti sono ormai “storia”.
Hillary puo’ insomma anche pensare, e lo dice per ereditare i voti dei giovani e dei neri che sono freddi nei suoi confronti, di presentarsi come “il terzo mandato di Obama”, ma lo fa a suo rischio agli occhi degli americani, perche' comporta accettare e condividere la responsabilita’ di un’economia che cresce con il freno a mano innestato. Sono sette anni che l’America ha un presidente Democratico (eletto nel novembre 2008), e sei anni e mezzo che il paese e’ uscito dalla recessione (finita ufficialmente nel giugno 2009). Il trend storico USA di espansione e’ ben oltre il 3% dalla fine della guerra, e dopo tutte le precedenti recessioni dagli Anni 40-50 l’economia USA aveva sempre saputo ritrovare una maggiore, e accelerata, brillantezza. L’anno in corso sara’ invece il decimo, di fila, in cui la “locomotiva Usa” non ha mai superato la soglia del +3%, scendendo al +1,5% nel 2013 e a una media del 2,1% tra il 2011 e il 2014. Ci vorrebbe, nel 2015, un risultato di PIL che nessuno ipotizza, nel periodo ottobre-novembre-dicembre, per far rimbalzare l’espansione (finora mediamente del 2%) oltre la soglia annua considerata la minima indispensabile (3,5-4%) per dare un impiego ai disoccupati e alle forze fresche dei giovani che entrano in eta’ da lavoro. Cio’ alzerebbe il misero tasso attuale di partecipazione della popolazione al lavoro (che e’ al minimo storico dal 1977, cioe’ pari al 62% circa), ma soprattutto darebbe una scossa ai salari della classe media, che sono in regressione da quando Obama e’ al timone.
Nel 2015, dopo un primo trimestre di crescita appena sopra lo zero (0,6%), c’era stato un salto al +3,9% da aprile a giugno. Il rallentamento da luglio a settembre e’ stato attribuito dagli analisti al pessimismo degli industriali, che hanno tagliato drasticamente la produzione di scorte e di investimenti, malgrado i consumatori abbiano fatto la loro parte contribuendo con una quota del 2,19% al dato finale. Come risposta alla corporate tax USA, che al 35% e’ la piu’ elevata al mondo, le aziende cercano di mettere in salvo gli utili comprando societa’ all’estero, facendo una fusione, e trasferendo la sede legale e fiscale nel paese dell’azienda acquistata: l’ultimo caso di rigetto della politica tributaria di Obama, oggi, e’ l’affare da 157 miliardi di dollari che il colosso farmaceutico USA Pfizer sta trattando con la Allergan, irlandese, per “emigrare”.
Quanto al PIL, oltre ai fatti di sostanza citati finora c’e’ il paradosso delle statistiche economiche oscure. Come ha fatto notare il giornalista economico John Crudele spulciando i dati ministeriali per il New York Post, ad aiutare a raggiungere il magro traguardo dell’1,5% hanno concorso anche gli aumenti della spesa sanitaria, che sono stati obbligatoriamente gravati sulla gente per via di Obamacare e che pesano per lo 0,45%, quasi un terzo dell’intera crescita del PIL. Il danno, e la beffa.
Rilevante e’ stato anche il contributo delle spese per beni durevoli (automobili e elettrodomestici), pari nel trimestre allo 0,48%. Ma quest’ultimo dato, sempre secondo Crudele, ha del misterioso: il solo mese in cui il ministero ha rilevato una crescita e’ stato luglio, con +2%, seguito da un declino del 3% in agosto e da una ulteriore caduta dell’1,2% in settembre. Come e’ potuta risultare, alla fine, una crescita media dello 0,48%? L’economista meticoloso ha scritto al governo e spera che l’incongruenza sia chiarita da una spiegazione convincente. Se ci fosse stato un errore materiale e il dato finale del terzo trimestre fosse corretto al ribasso, evidenziando una ripresa ancora piu’ balbettante, la Federal Reserve potrebbe essere indotta a rivedere la previsione di un rialzo dei tassi, adombrata per la riunione di dicembre, nel comunicato di due giorni fa con cui ha mantenuto ancora i tassi del dollaro allo 0- 0,25%.

di Glauco Maggi 
twitter @glaucomaggi

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