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Complimenti per la trasmissione

Allegiance, una normale famiglia di spie russe

Finalmente una spy story di quelle belle tradizionalotte

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Allegiance

La bella famigliola

Alex O’ Connor è un mix slavato e con le lentiggini, tra La Talpa di Le Carrè, Richie Cunningham di Happy Days e il Reed Richard dei Fantastici Quattro da giovane: ossia un nerd dall’intelligenza scientifica indomabile.
Il ragazzotto, oltre ad essere un agente della Cia in servizio permanente è anche il protagonista di Allegiance (“Fedeltà”, da lunedì 7 settembre su Premium Stories, negli Usa dalla NBC, prende spunto da Ta Gordin di Ron Leshem) , una serie che a prima vista mi sembrava una mera scopiazzatura di The Americans. La trama, in effetti, ne è una fotocopia: due insospettabili marito e moglie di Philadelphia, sposati da anni e con prole, sono in realtà una coppia d’efficientissimi agenti dell’ex Kgb. Soprattutto lei, Katya, la madre, è una specie di Nikita in sonno in grado di sgozzare chiunque –cioè quasi tutti- in sospetto di molestare i suoi tre figlioletti. Figlioletti di cui il secondogenito è Alex, appunto; la primogenita è una scafatissima hacker che va a letto con una spia russa che ricatta i suoi genitori; e la terzogenita una teenager rompitasche con la facoltà innata di trasformarsi in un arma di ricatto semovente.
Ciodetto, dopo i primi venti minuti di visione, ti dimentichi di The Americans, molto più complesso, e ti lasci trascinare dalla sceneggiatura da guerra fredda senza la guerra fredda. Il plot di Allegiance ha il pregio di essere narrazione semplice, orizzontale, come i vecchi telefilm spionistici di una volta. Non ci sono sottotrame e parentesi nel passato, o fantasie lisergiche alla JJ Abrams. Nella prima puntata il figlio, cuore di mamma, già sospetta che i suoi sono agenti doppiogiochisti e minaccia di denunciarli alla Cia; e i genitori si salvano grazie alle madre che s’inventa d’aver cornificato per anni il padre, cosa peraltro che si rivela vera e il padre ci rimane malissimo. Nelle altre, via via, si scopre che un mercenario vuole vendere una bomba nucleare ai terroristi; e che sia i servizi russi che americani contano su Alex il quale, addirittura, fa il triplo gioco. In mezzo ci scorrono omicidi, agenti Fbi fighissime, spioni russi che ammazzano i propri autisti per un moto di stizza, spioni nippoamericani che spianano ricettatori della camorra italiana grazie al karate e a un senso dello humour desueto. Alla fine ti diverti, ma non capisci mai bene per chi fare il tifo…

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