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Ma quale California...

"Silicon City": la mostra che spiega perché il computer è nato a New York

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"Silicon City": la mostra che spiega perché il computer è nato a New York

“Silicon City: Computer History Made in New York” . “Silicon City: la storia del computer fatta a New York”. Al New York Historical Society Museum, su Central Park West e 77esima, non sono stati timidi nel titolare l’esposizione che si apre venerdi’ 13 novembre, e che durera’ fino al prossimo aprile. La rivendicazione del ruolo fondante della Grande Mela nelle origini della rivoluzione digitale e’ una sfida sfrontata alla Silicon Valley, ma ha il sostegno delle scoperte e delle invenzioni che sono in bella mostra nel recente rinnovato Museo dedicato alla storia cittadina. “Sebbene molti siano convinti che la West Coast sia stato il luogo di nascita dell’informatica, New York ha giocato un ruolo fondamentale nello sviluppare le tecnologie innovative senza le quali oggi semplicemente non possiamo vivere”, ha detto all’inaugurazione Louise Mirrer, presidente della New York Historical Society. I newyorkesi devono essere orgogliosi dei loro antenati, i cui esperimenti trasformarono la regione in una culla di scoperte”.

In visione c’e’ una cronologia di esempi delle pietre miliari che hanno scandito il progresso tecnologico dalla fine del 1800 fino agli Anni 80 del secolo scorso, dalle lampadine di Edison ai maxi computers (i mainframes) della Ibm, dagli strumenti di telecomunicazioni dei Bell Laboratories alle radioline transistors fino al personal computer IBM 5150, del 1981.

L’excursus e’ educativo e divertente, non solo per i circa 300 oggetti esposti che hanno il classico fascino del “come eravamo”, ma per il concetto del ripristino di una verita’ effettivamente dimenticata. E’ il destino della “citta’ che non dorme mai”, anche sul piano del suo ruolo sociale oltre che per il dinamismo proverbiale dei suoi abitanti. Nessuno sa o parla di questa anima informatica sepolta, cosi’ come nessuno piu’ ricorda che a New York e’ nato il cinema. Nei Queens ci sono ancora studios dell’epoca, e un Museo dell’Immagine: la comunita’ dei registi e degli attori di fama aveva villa a Great Neck, per esempio quella vera di Charlie Chaplin e quella che ispiro’ il Grande Gatsby. Computer e star della celluloide, poi, emigrarono in California, lasciando i newyorkesi a reinventarsi continuamente attorno all’unico pilastro che non emigrera’ (forse) mai, Wall Street.

La memoria di un passato glorioso, almeno al museo, e’ importante. Per tutti, anche per noi italiani. Per una coincidenza non casuale, nell’Upper East Side, dall’altra parte del Parco, all’Istituto Culturale Italiano su Park Avenue si inaugura, oggi 12 novembre, “MAKE IN ITALY - 50 Years of Italian Breakthroughs: from the First PC to the First Space-Bound Espresso Machine”, (Fatte in Italia: 50 anni di scoperte italiane: dal primo personale computer alla prima macchina spaziale per il caffe’ espresso). E’ una mostra che celebra la creativita’ tecnologica degli italiani e che stara' aperta fino al 25 novembre.

L’occasione che ha dato l’idea delle due esibizioni parallele, organizzate all’insaputa l’uno dell’altro dai rispettivi curatori - Stephen Edidin per quella newyorkese e Maria Teresa Cometto (giornalista del Corriere della Sera e, per trasparenza, moglie di chi firma) e Riccardo Luna (Digital Champion) per quella italiana - e’ stato il 50esimo anniversario dalla Grande Fiera Mondiale del Commercio che si tenne nei Queens nel 1964-1965. Fu li’ che l’Olivetti presento’ al mondo il primo computer da tavolo, la Programma 101, utilizzabile da una persona non specializzata. Fino a quel momento, soltanto ingegneri in vestaglie bianche erano in grado di manovrare i “cervelli elettronici” che occupavano spazi enormi e richiedevano ambienti climatizzati. La scheda con i primi programmi software, concepita dall’ingegner Pier Giorgio Perotto e dal suo ristretto team di collaboratori di Ivrea, avvio’ di fatto la rivoluzione del “computer individuale” che in seguito Steve Jobs perfeziono’.

Con la P101 e’ in mostra anche il primo microchip, creato da Federico Faggin mentre lavorava alla Intel: orgoglioso di aver prodotto quello che ancora oggi lui chiama “un pezzo d’arte per il suo design”, l’autore ha firmato F.F. il circuito ultraminiaturizzato. Lo si puo’ ammirare in uno speciale ingrandimento esposto di fianco al microchip. Altra invenzione ormai nota in tutto il mondo e’ la scheda per il software “Arduino”, creata da Massimo Banzi e altri 4 ricercatori a Ivrea (nel bar Arduino, da cui il nome). E’ utilizzata, tra l’altro, dai “nuovi makers” che stanno rivoluzionando il modo di fare industria grazie alle stampanti a 3 dimensioni.

Come “promessa” della capacita’ tecnologica italiana futura, nella mostra ci sono due oggetti modernissimi: la macchina del caffe’ ISSpresso, che l’astronauta Samantha Cristoforetti ha usato durante la sua recente missione nello spazio, che e’ stata inventata dalla Argotec di David Avino con la Lavazza. E la prima stampante 3D, appena prodotta dalla nuova Olivetti per le piccole imprese, in un ideale riaggancio alla P101 di mezzo secolo fa.

Agli italiani viene universalmente riconosciuta una supremazia nella moda, nel cibo, nell’arte, ma questa mostra a New York, fortemente voluta dal Console generale Natalia Quintavalle, dal direttore dell’Istituto Culturale Giorgio van Straten e dal presidente dell’Italian Heritage & Culture Committee di New York Joseph Sciame, e realizzata dalla Fondazione CDB Make in Italy, vuole colmare la lacuna. Siamo stati capaci di eccellere nell’high tech nel passato, possiamo fare grandi cose nel futuro. Dircelo e’ un’iniezione di fiducia. E mostrare un po’ di orgoglio nazionale con una mostra, proprio mentre questa citta’ sta celebrando il proprio, e’ motivo di soddisfazione. Anche perche’ non e’ mai garantito che gli altri riconoscano i tuoi meriti. Nell’esposizione del Museo Storico di New York, infatti, cerchereste invano traccia di tre invenzioni indubbiamente italiane: nella storia del telefono manca Antonio Meucci; in quella dei computer non c’e’ la P101; nella cronologia delle tappe per la miniaturizzazione dei microprocessori non e’ citato l’Intel 4004 di Faggin.

di Glauco Maggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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