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Complimenti per la trasmissione

Il fascino truce del "Boss delle cerimonie"

Un programma sui matrimoni nupuletani...

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Il boss delle cerimonie

Don Antonio Polese all'opera

I sogni son desideri, ma a volte, forse, si esagera. Prendete Gigi D’Alessio e le commedie di Eduardo Scarpetta («Miseria e nobiltà», su tutte); mescolatele ai telefilm di Fantasilandia anni 70 -il caseificio dei desideri impossibili, appunto- e otterrete Il boss delle cerimonie (Real Time, venerdì, terza serata) .

Il boss delle cerimonie è un docureality di 25 minuti  sulle avventure di Antonio Polese -il «boss» con occhialoni vintage e crocefisso al collo- titolare dello sfarzossimo Grand Hotel La Sonrisa, una costruzione barocca fintissima a forma di castello di Walt Disney, situata a Sant'Antonio Abate, provincia di Napoli. Qui, in questo presunto antro del buongusto, «si realizzano i sogni e la felicità spicca il volo»: si festeggiano matrimoni, compleanni, battesimi, prime comunioni, tra battaglioni di camerieri in puro stile napoletano con cotè di cantanti neomelodici, tripudi di pizze e mandolini, cibo che scorre a fiumi e danze sconquassanti fino al cuore della notte.  «Nu matrimonio napulitano no lo può chi è nato a Milano...» (ed è vero) , canta la sigla del programma. Che, di prim’acchito appare come una terronata invicibile, trash allo stato puro. Ma, vinto il pregiudizio squisitamente settentrionale,  questo spaccato antropologoco assume, via via i caratteri di una soap.  L’altra sera  erano in scaletta le nozze di Rosa, possente partenopea immigrata in Germania e di Kijan, iraniano con ascendenze tedesche.

Mentre Don Antonio s’accendeva in un  dialogo col collaboratore («suggerirei la carrozza dell’800»; «quella barocca»? «Si capisce, sarà una cosa molto principesca») e la nubenda dichiarava «il fiore che preferisco io è la curcuma», tutt’intorno si sviluppava il banchetto cosparso di varia umanità. Parenti teutonici entusiasti della pizza mangiata «a portafoglio», odalische, folla locale pazza per i concertisti, Nico e i suoi desideri, «i Backstreet Boys» napoletani. Il tutto avviluppante: kitsch dalla regia perfetta.

Alchè mi sono visto anche la puntata della «comunione di Anna» con il salone agghindato sul tema «fate»; e quella della trasferta d’aiuto di Don Antonio «al Castello del Cavalier Nicola Flotta» in Calabria, un collega che organizza matrimoni terribili. Poi ho scoperto che il programma va  l'Inghilterra sul canale TLC con il nome My Crazy Italian Wedding. E anche lì fa botti d’ascolto. Non mi sposerei  mai a La Sonrica. Ma il suo mondo ha un fascino insospettato...

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