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Peppe Vessicchio, lo spirito del tempo non è di primo pelo

Un piccolo mito a Sanremo

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Peppe Vessicchio, lo spirito del tempo non è di primo pelo

Peppe Vessicchio, il sosia musicale di Massimo Cacciari, non è uno di primo pelo. Neanche di secondo, neppure di terzo se è per questo.
Nel senso che la faccia del “musicista-arrangiatore-direttore d’orchestra” Giuseppe Vessicchio detto Peppe, classe ’57,  è una prateria pelosa, una barba braminica e saggia in cui ogni singolo pelo racconta la storia dei mille cantanti – Bocelli, Vecchioni, Zucchero, Avion Travel, Ron, Vanoni ecc - che il maestro ha assistito nelle sue performance sanremesi. Credevamo che Vessicchio fosse il fantasma di Canterville dell’Ariston, evocato una volta all’anno dai vari conduttori e intimidito fino all’impossibile dagli ospiti canori che lo pretendevano accanto come prezioso ornamento museale  e tricologico. Sicchè, quando Fazio e Littizzetto, dopo la performance degli Elii, l’altra sera l’hanno piazzato su una sedia da barbiere e ne hanno tagliuzzato la barba lanuginosa rendendo quel ciuffo un reperto archeologico (“da donare ai nipoti”, diceva entusiasta Lucianina) con funzioni di buon auspicio; be’, allora che ci siamo davvero resi conto dell’operazione desacralizzante che la coppia di conduttori stava compiendo sul festival. Altro che Cutugno e l’Armata Rossa.

Peppe Vessicchio è il totem, l’archetipo, il memento semovente che il Sanremo è ancora vivo e lotta assieme a noi. Toccarne le sacre membra, indurlo ad una reazione dal suo torpore istituzionale appare quasi come una violenza. Vessicchio è il talento italiano sottotraccia. Pochi se lo ricordano, ad esempio come mentore ad Amici o come splendido autore di Mario Biondi e di Ti lascio una canzone di Gino Paoli; pochissimi, poi, ne rammentano le performance cinematografiche. Che, oddio, non sono esattamente degne di Coppola o Ridley Scott. Nel film Giggi il bullo, del 1982 Vessicchio, assieme ai Trettrè era l'autista di un carro funebre; ad Alvaro Vitali, che per sfuggire ai suoi inseguitori, si imbuca nella vettura in marcia, il Maestro ribadisce ostinatamente “qua non può salire nessuno”, “evidenziando scarsa lucidità e presenza mentale”, rivela Wikipedia. Da allora, come per un maleficio Vessicchio è costretto ogni anno a salire sul palco dell’Ariston in qualunque condizione fisica e mentale, per attestare la propria esistenza.  Vessicchio rappresenta lo Zeit Geist, lo spirito del tempo. C’era prima che iniziassi questo mestiere, ci sarà anche dopo. (E nel bisogna guardare il pelo nell’uomo…)

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