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Renzo Martinelli svela il suo progetto: un film sulla morte di Mussolini

Giovanni Ruggiero

Giovanni Ruggiero

Giovanni Ruggiero è redattore di liberoquotidiano.it. Nato nel 1983, si interessa di tecnologia e innovazione e ne parla soprattutto a chi lo chiama quando gli si impalla il computer. Scrive di digitalizzazione della PA, di sharing economy, di app che svoltano la giornata, di futuro. È su Twitter come @juan_r

Renzo Martinelli svela il suo progetto: un film sulla morte di Mussolini

Perché crede che nessun altro media come il cinema sia in grado di stimolare con potenza riflessioni sulla realtà?
«Il cinema ha un potere maieutico che nessun altro mezzo ha. Non ce l’ha la musica, non ce l’ha la scrittura, non ce l’ha la pittura. Ed ha una capacità così forte di imposizione della verità che a volte supera le verità processuali. Pensa a JFK di Oliver Stone. È stato così potente che ha superato una verità giudiziaria che va da tutt’altra parte. Il cinema è un mezzo straordinario. Ovviamente non lo dico io. Mussolini nel 1936 col figlio Bruno fondò Cinecittà, c’è una foto, famosissima, di una scritta gigantesca vicino al Duce: “La cinematografia è l’arma più forte”. L’aveva capito Lenin, lo avevano capito Stalin, Mussolini. Il cinema è un’arma potentissima perché ha un potere di fascinazione enorme e quello che tu vedi sullo schermo si sedimenta come verità. Questa è la sua forza».

Soprattutto se quello che si vede sullo schermo è la vera verità.
«A me piace molto questo tipo di cinema, dove c’è una verità manipolata o rimossa ed io, attraverso l’indagine e la trasposizione drammaturgica dell’indagine, la ripropongo allo spettatore. È il compito di un intellettuale. Un intellettuale dovrebbe evocare la verità e comunicarla, se no che intellettuale è?».

Infatti molti suoi film sono dedicati alla ricerca della verità su enormi tragedie che ci riguardano tutti.
«Il filo conduttore è che c’è sempre una verità che è stata rimossa da una ragion di Stato. Quando vado all’università a fare delle lezioni, cerco di spiegare ai ragazzi che la Storia non la scrivono gli storici. La scrive la ragion di Stato. Ciò che essa lascia affiorare si sedimenta come verità, ma che è la verità della ragion di Stato. Se tu analizzi i settant’anni di storia repubblicana, la morte di Mussolini, Porta delle Ginestre, Piazza Fontana, l’Italicus, il caso Moro, Ustica, Bologna, non c’è un solo episodio delittuoso-stragistico su cui possiamo dire con certezza che sappiamo cos’è accaduto. Questo ti fa capire con quale forza la ragion di Stato entra in gioco e manipola la verità».

Lei non possiede l’egotismo tipico dei registi italiani superstar che si fregiano di essere impegnati.
«No, perché il chirurgo opera e guarisce persone, il dentista ripara le carie, io faccio film. È il mestiere».

Fa i film ma li sceglie assai spesso d’indagine.
«Una delle mie lauree è in Scienze Politiche con indirizzo storico. La mia passione per la Storia nasce lì, ecco perché mi piace questo tipo di cinema. Poi a volte non riesco a farlo, mi tocca fare altre cose, come Barbarossa o Carnera. Non sempre fai i film che vuoi fare, che hai in testa, a volte devi fare i film che ti si presentano. Per esempio, sono vent’anni che cerco di fare un film sulla morte di Mussolini e nessuno me lo vuol far fare. E ti assicuro che i nostri ragazzi studiano, a scuola, una storia che borgesianamente non è accaduta. È la più gigantesca bufala del Partito Comunista di questi ultimi settant’anni. Eppure, resiste ancora. L’idea di fare un film così fa cascare dalle sedie i funzionari della Rai. Prima o poi lo farò. Anche di Porzûs mi dicevano: “Non lo farai mai”, e poi l’abbiam fatto. Perché si toccava un tabù che è la Resistenza, che in questo Paese è intoccabile».

Il rapporto italiano col fascismo è come quello col nazismo in Germania?
«C’è stato un processo di rimozione collettiva. Che ci impedisce di affrontare con serenità quel momento, quegli episodi. Sulla morte di Mussolini non esiste nulla. Abbiamo documenti filmati della fucilazione di gerarchi di secondo piano, ma nulla sulla sua morte, se non quello che ci hanno raccontato i comunisti sull’Unità. Mussolini prima o poi lo faremo. È doveroso raccontare ai ragazzi che non è andata così. Questa vulgata comunista che resiste da settant’anni sottoposta ad analisi non sta in piedi».

E com’è andata, invece?
«Viene fatto fuori alle prime ore del mattino dai Servizi Segreti inglesi. Churchill lo voleva morto, non voleva che arrivasse vivo al processo. Secondo i comunisti, invece, viene ammazzato intorno alle 16:30 del 28 luglio davanti al muretto di Villa Belmonte. Abbiamo ingrandito le foto di Mussolini appeso a Piazzale Loreto, non ci sono fori nei pantaloni o nella maglia. Quindi lo hanno rivestito dopo morto. C’è un foro passante nel sottogola che esce dalla nuca: colpisci uno, appoggiato a un muro, nel sottogola! Non lo prenderai mai... C’è una rimozione totale su quest’uomo. Paradossalmente, non interessa né a destra né a sinistra».

Beh, al pubblico di destra questo film interesserebbe.
«Tesoro, il cinema si fa col denaro. Chi mette il denaro? Ho proposto il film in Medusa, alla Rai, nessuno ne vuol sentir parlare. Il fatto che non entri la Rai fa partire svantaggiati. Ustica lo abbiamo fatto senza la Rai, che non ha voluto mettere una lira. Ho dovuto accattonare denaro in mezza Europa per Ustica. È stata un’impresa epica».

Forse credono che anziché indagare sulla verità storica lei voglia girare un film su Mussolini per dire che «si stava meglio quando c’era lui»...
«No no no. È solo per dire che non è andata così. Il più grande storico europeo è stato Marc Bloch. Diceva: “Il giudice e lo storico hanno un dovere in comune: l’onesta sottomissione alla verità”. Se le tue ricerche ti portano a contrastare una tua ideologia, tu le devi seguire. Questo è il dovere: l’onesta sottomissione alla verità. Io vado dove mi portano i documenti. È il dovere di uno storico».

Gemma Gaetani

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