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Complimenti per la trasmissione

The Voice, quando la voce (per fortuna) supera il look

Il nuovo talent di Raidue

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
The Voice of Italy

 

Soltanto la voce, nè l’altezza, nè il look, nè le tette, per dimenticare X Factor.  «...Contano solo una voce, un testo, una melodia un piccolo accompagnamento...»: parte su un teorema, e sulle note di Viva la Vida dei Coldplay cantata dai quattro caoch protagonisti -Pelù, Cocciante, Noemi e la veterana Raffa Carrà vestita da iena di Tarantino- The Voice of Italy, il nuovo strombazzatissimo talent di Raidue.

Strombazzatissimo probabilmente non a torto. The Voice è effettivamente un programma che colpisce, un inno al talento vocale snudato. Nel mondo è un fenomeno: format originale olandese del demiurgo Jon de Mo è la trasmissione di punta della Nbc esportato in 35 paesi, che vanta oltre 4mila audizioni e oltre 1 miliardo e 200milioni di spettatori al mondo. Ci sarà un motivo. Più d’uno, diremmo. Il primo è la formula.  Sedici cantanti ascoltati di spalle da selezionare, audizioni al buio -blind auditions-  fottendosene dell’immagine; artisti che concorrono per entrare nella squadre dei coach; i quali, talora, battagliano sullo stile, sulle note e nello scegliere i membri della propria squadra. Il secondo è l’aspetto reality  vivaddio appena appena collocato in una striatura di biografia e nei parenti che tifano dietro le quinte e buttano il cuore oltre l’ostacolo. Poi -terzo motivo di attrazione- abbiamo la sfilata dei concorrenti. Ognuno un profilo musicale diverso e valorizzabile. C’è la torinese Stefania, 19 anni accompagnata dai nonni che si esaltano dietro le quinte mentre canta Rihanna  (e sceglie la Carrà); Tanya complessata perchè in carne che non si sa -di spalle- se è un uomo o una donna mentre intona Giorgia e viene stroncata subito, nonostante sperasse nel riscatto sociale; Flavio che sembra un modello e cantava nelle navi ed è bravissimo e voleva vincere il complesso della bellezza e sceglie Noemi più adatta al suo cotè musicale; Roberta, attraentissima cassiera di supermaket uguale vocalmente ad Anacstacia che «ha ripreso a sognare»; Paola, maschiaccio di 17 anni, con taglio di capelli aerodinamico che fa venire la pelle d’oca a Noemi; Savio che viene dai matrimoni e canta il soul, poderoso come un bluesman ai crocicchi di New Orleans anni 20. Eccetera. Quarto motivo per poter amare questo programma. I giudici-coach. Tanto grandi da non tirarsela affatto (come non avviene per X Factor) e piegare la propria fama allo scouting puro. Il “maledetto” rocker Piero Pelù è, forse il migliore: gigioneggia, non si gira in tempo sulla poltrona perchè «essere pecora nera è il mio lavoro» e applaude i concorrenti con «la voce grassa» ma non li sceglie; e, nel contempo, paraculescamente si accaparra gli artisti migliori  dicendo che «gli artisti devono essere timidi, perciò devono stare nella mia squadra». Raffa Carrà mostra una professionalità immortale e scambia battute coi colleghi sinceramente ammirata («Ammazza che voce»); e quando non vuole davvero scegliere si scusa come una zia da romanzo, con un sorriso e  con «non sono in grado di valorizzarti». Noemi, che proviene ella stessa dai talent, empatizza, e il pubblico lo avverte. Cocciante ha la solita, grande, fascinosa timidezza, anche quando scarta, per non averla riconosciuta la cantante che un tempo aveva arruolato come protagonista del Giulietta e Romeo. A differenza di X Factor non ci sono zuffe dialettiche, finte liti tra i big che proprio big in fondo non sono, colpi di scena montati ad arte su una sceneggiatura che sa spesso di melodramma (anche se ormai è una macchina perfetta). A differenza di X Factor, qui, c’è anche l’eccitazione dei discepoli che scelgono i maestri.

«The Voice è un format umano», avvertiva la Carrà. Ed è vero: scorre da solo sul talento puro senza bisogno del supporto delle immagini. Non ci si accorge nemmeno che ha un conduttore: quello che c’è, l’attore Fabio Troiano quasi si scusa per esserci. A naso dovrebbe essere un successo. Per ora ha fatto un buon 12,5%. (mi dicono che potrebbe arrivare anche al 30%, chissà…)

Ps. Unico neo: come mai la radio ufficiale del programma non è quella di Stato, ma la pur ottima privata Rtl 102.5?

 

 

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