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Complimenti per la trasmissione

The Voice, quando la voce (per fortuna) supera il look

Il nuovo talent di Raidue

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The Voice of Italy

 

Soltanto la voce, nè l’altezza, nè il look, nè le tette, per dimenticare X Factor.  «...Contano solo una voce, un testo, una melodia un piccolo accompagnamento...»: parte su un teorema, e sulle note di Viva la Vida dei Coldplay cantata dai quattro caoch protagonisti -Pelù, Cocciante, Noemi e la veterana Raffa Carrà vestita da iena di Tarantino- The Voice of Italy, il nuovo strombazzatissimo talent di Raidue.

Strombazzatissimo probabilmente non a torto. The Voice è effettivamente un programma che colpisce, un inno al talento vocale snudato. Nel mondo è un fenomeno: format originale olandese del demiurgo Jon de Mo è la trasmissione di punta della Nbc esportato in 35 paesi, che vanta oltre 4mila audizioni e oltre 1 miliardo e 200milioni di spettatori al mondo. Ci sarà un motivo. Più d’uno, diremmo. Il primo è la formula.  Sedici cantanti ascoltati di spalle da selezionare, audizioni al buio -blind auditions-  fottendosene dell’immagine; artisti che concorrono per entrare nella squadre dei coach; i quali, talora, battagliano sullo stile, sulle note e nello scegliere i membri della propria squadra. Il secondo è l’aspetto reality  vivaddio appena appena collocato in una striatura di biografia e nei parenti che tifano dietro le quinte e buttano il cuore oltre l’ostacolo. Poi -terzo motivo di attrazione- abbiamo la sfilata dei concorrenti. Ognuno un profilo musicale diverso e valorizzabile. C’è la torinese Stefania, 19 anni accompagnata dai nonni che si esaltano dietro le quinte mentre canta Rihanna  (e sceglie la Carrà); Tanya complessata perchè in carne che non si sa -di spalle- se è un uomo o una donna mentre intona Giorgia e viene stroncata subito, nonostante sperasse nel riscatto sociale; Flavio che sembra un modello e cantava nelle navi ed è bravissimo e voleva vincere il complesso della bellezza e sceglie Noemi più adatta al suo cotè musicale; Roberta, attraentissima cassiera di supermaket uguale vocalmente ad Anacstacia che «ha ripreso a sognare»; Paola, maschiaccio di 17 anni, con taglio di capelli aerodinamico che fa venire la pelle d’oca a Noemi; Savio che viene dai matrimoni e canta il soul, poderoso come un bluesman ai crocicchi di New Orleans anni 20. Eccetera. Quarto motivo per poter amare questo programma. I giudici-coach. Tanto grandi da non tirarsela affatto (come non avviene per X Factor) e piegare la propria fama allo scouting puro. Il “maledetto” rocker Piero Pelù è, forse il migliore: gigioneggia, non si gira in tempo sulla poltrona perchè «essere pecora nera è il mio lavoro» e applaude i concorrenti con «la voce grassa» ma non li sceglie; e, nel contempo, paraculescamente si accaparra gli artisti migliori  dicendo che «gli artisti devono essere timidi, perciò devono stare nella mia squadra». Raffa Carrà mostra una professionalità immortale e scambia battute coi colleghi sinceramente ammirata («Ammazza che voce»); e quando non vuole davvero scegliere si scusa come una zia da romanzo, con un sorriso e  con «non sono in grado di valorizzarti». Noemi, che proviene ella stessa dai talent, empatizza, e il pubblico lo avverte. Cocciante ha la solita, grande, fascinosa timidezza, anche quando scarta, per non averla riconosciuta la cantante che un tempo aveva arruolato come protagonista del Giulietta e Romeo. A differenza di X Factor non ci sono zuffe dialettiche, finte liti tra i big che proprio big in fondo non sono, colpi di scena montati ad arte su una sceneggiatura che sa spesso di melodramma (anche se ormai è una macchina perfetta). A differenza di X Factor, qui, c’è anche l’eccitazione dei discepoli che scelgono i maestri.

«The Voice è un format umano», avvertiva la Carrà. Ed è vero: scorre da solo sul talento puro senza bisogno del supporto delle immagini. Non ci si accorge nemmeno che ha un conduttore: quello che c’è, l’attore Fabio Troiano quasi si scusa per esserci. A naso dovrebbe essere un successo. Per ora ha fatto un buon 12,5%. (mi dicono che potrebbe arrivare anche al 30%, chissà…)

Ps. Unico neo: come mai la radio ufficiale del programma non è quella di Stato, ma la pur ottima privata Rtl 102.5?

 

 

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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