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Minacce atomiche

Perché sulla Corea del Nord la Cina sta con Obama

Pyongyang torna alla carica: "Pronti all'attacco nucleare contro gli Usa". L'Onu risponde con sanzioni più pesanti e Pechino dice sì per dare un segnale a Kim Jong Un

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Perché sulla Corea del Nord la Cina sta con Obama

Obama ha convinto la Cina a far passare nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu la risoluzione che aggrava le sanzioni economiche già in essere contro la Corea del Nord, come punizione per il test atomico che Pyongyang ha condotto illegalmente un mese fa. E il fatto che Pechino, l'alleato tradizionale della Corea stalinista, aveva annunciato giorni fa che non avrebbe opposto il veto, ma anzi ha partecipato alla stesura della risoluzione, ha provocato la reazione rabbiosa da parte del governo del giovane dittatore rosso Kim Jong Un, culminata con la minaccia di un "attacco preventivo nucleare all'America". Lo scopo delle nuove misure è di bloccare le attività delle banche nordcoreane e degli "spalloni" che fanno da canali per la consegna al regime dei contanti che servono a portare avanti il piano segreto di armamento atomico. "Sarà più dura per il governo nordcoreano spostare forti somme di denaro nascoste nelle valigie", ha detto l'ambasciatrice Usa all'Onu Susan Rice, "sono sanzioni che morderanno duro". Scettico Doug Bandow, commentatore del Cato Institute, il pensatoio conservatore-libertario, che ha ribattuto che "fino a quando la Cina permette alla Corea del Nord di operare, e finchè le fornisce cibo, assistenza energetica e investimenti, le sanzioni in realtà non contano".

A parole, un conflitto atomico sembra imminente. "Gli Usa stanno accendendo i motori per una guerra nucleare", ha scritto ieri un portavoce nordcoreano in una dichiarazione diffusa dall'agenzia di stato, ma la nostra nazione "eserciterà il diritto di sferrare un attacco nucleare preventivo per distruggere le roccaforti degli aggressori e per difendere gli interessi supremi del Paese". Due giorni prima, il governo di Pyongyang aveva stracciato l'armistizio tra le due Coree che dalla firma del 1953 ha cristallizzato la divisione della penisola coreana in due e mantenuto una fragile pace. 

Il governo americano, che ha quasi 30mila soldati dislocati in Sud Corea, ha risposto alle minacce con una dichiarazione del portavoce della Casa Bianca Jay Carney: "Gli Stati Uniti sono pienamente in grado di difendersi contro ogni attacco missilistico nordcoreano". Pyongyang non ha ancora la dotazione tecnica per raggiungere gli Usa, assicurano gli analisti di cose militari, ma dispone di razzi che possono colpire le basi militari in Sud Corea o in Giappone. I due alleati, questa settimana, hanno iniziato le esercitazioni navali congiunte annuali, che durano due mesi e che il governo di Seoul ha precisato essere "di natura prettamente difensiva". 

L’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite, Li Baodong, ha spiegato il sì alle sanzioni con il fatto che "la Cina è un paese con i suoi principi. Siamo fermamente impegnati a salvaguardare la pace e la stabilità nella penisola coreana". Stavolta, insomma, la "provocazione" nordcoreana è stata giudicata pericolosa anche da Pechino, che dall'Onu ha mandato a Kim Jong Un il "segnale" di non tirare troppo la corda, di non rischiare punti di non ritorno. La politica della Cina verso Pyongyang è sempre stata mirata all'ottenimento di due risultati strategici. Il primo è di difendere l'esistenza dello scomodo governo stalinista nell'area, affinché sia una continua spina nel fianco degli Stati Uniti e del suo alleato sudcoreano. Il secondo fine è di non provocare una crisi politica interna nella stessa confinante Corea del Nord, che potrebbe degenerare nella dissoluzione del regime con la conseguente invasione della Cina da parte di milioni di esuli affamati. E ciò destabilizzerebbe la situazione interna cinese, già percorsa da forti tensioni sociali e che assiste, attualmente, ad una crescita economica "frenata" del Pil, non più a due cifre come nei decenni scorsi, ma del 7,5%, il target fissato dal governo per il 2013. 

twitter @glaucomaggi


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