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I seggi

La forza mediatica di Obama per conquistare il Congresso

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

Barack Obama

La corsa per il rinnovo totale della Camera dei deputati è già partita, 20 mesi prima delle elezioni di medio termine del novembre 2014. Ora la maggioranza è repubblicana, ma non è un segreto che il presidente Obama è impegnatissimo nell’aiutare il proprio partito a conquistare i 17 seggi che gli servono per scalzare il GOP. Solo così, avendo dalla sua entrambi i rami del Congresso (il Senato è già in mani democratiche e tale resterà, dicono i sondaggi), il presidente potrà chiudere in bellezza i suoi otto anni, completando il programma di spostamento radicale a sinistra dell’America. 

L’aggressività mostrata da Barack da quando è stato riconfermato nel novembre 2012, soprattutto pretendendo e ottenendo aumenti delle tasse per evitare al paese il “fiscal cliff” di fine anno, è andata nella direzione di fiaccare il GOP, con l’obiettivo di dividerlo tra radicali dei Tea Party e centristi più pragmatici e moderati. Ma quando, a fine febbraio, il presidente ha voluto forzare la richiesta di un ulteriore aumento delle tasse, questa volta per scongiurare la “sequestration” (i tagli di spesa per 84 miliardi, metà al Pentagono e metà ai programmi federali), i repubblicani hanno tenuto duro, e non hanno pagato pegno di fronte all’opinione pubblica. Tutto sommato, il fine di ridurre il debito Usa che è ormai alle stelle non è considerato una assurda battaglia (se non dall’ultrà keynesiano Paul Krugman, l’economista che scrive sul New York Times).

Quindi sono altre le questioni, al centro del programma dell’amministrazione, che potrebbero diventare decisive nella prossima campagna per la Camera: 1) le nozze tra omosessuali (sempre che entro l’anno non ci pensi ancora la Corte Suprema, come fu per la riforma sanitaria, a dare un grande aiuto ad Obama cancellando la legge di Difesa del matrimonio eterosessuale); 2) l’immigrazione; 3) la legge per vietare i fucili d’assalto e più in generale per ostacolare la vita ai cacciatori e agli appassionati di armi da collezione e da protezione personale. Su tutti questi temi (più sul primo che sul secondo e sul terzo), l’opinione pubblica ha modificato negli anni recenti il proprio atteggiamento, e da filo-conservatrice è diventata più liberal, dicono i sondaggi. Ma un trend nazionale non necessariamente si traduce in guadagni di deputati per i democratici, perché le elezioni si vincono distretto per distretto. E il problema di tanti candidati democratici si chiama Obama.

Dei 28 seggi tenuti dai repubblicani più “vulnerabili” sulla carta, secondo gli analisti del Cook Political Report, 25 sono in distretti che “pendono” tradizionalmente verso il GOP, e in 19 di essi quattro mesi fa Romney aveva battuto il presidente. “I distretti che hanno bisogno di vincere  loro sono quelli di Mitt ”ha detto a Politico.com Liesl Hickey, direttore esecutivo del Comitato Nazionale Congressuale Repubblicano, “e in queste zone la retorica (obamiana NDR) non li aiuterà a raggiungere i loro obiettivi”. Ma è proprio così? I democratici dovrebbero ripetere la performance del 2006, quando il regista della campagna Rahm Emanuel (che poi sarebbe diventato il primo capo dello staff di Obama alla Casa Bianca) mise insieme una squadra di candidati fiscalmente conservatori, pro armi, anti-aborto e anti-gay, duri sull’immigrazione clandestina, che fece il pieno di voti, e di posti, negli Stati Rossi e nei distretti più moderati del paese. C’è da dire che, allora, al governo c’era George Bush, diventato impopolare dopo i suoi primi sei anni a causa dell’Iraq e dell’uragano Katrina: bollare i candidati repubblicani di essere del partito di Bush, e nel contempo presentare personaggi con idee politiche accattivanti perché in sintonia con l’elettorato conservatore, fu la ricetta vincente. Oggi la Casa Bianca è più popolare di quella di Bush, ma sulla partita delle armi, dell’immigrazione e delle nozze gay, in decine e decine di distretti rurali popolati da gente religiosa, amante della caccia, preoccupata dalla immigrazione illegale, cercare voti vestendo la stessa maglia di Barack significa sconfitta certa. Ecco perché lo slogan dei candidati democratici in Minnesota, in Arkansas, in Arizona e in tanti altri bacini di elettori centristi e conservatori sarà “Obama? E chi lo conosce? Io sono qui per rappresentare voi e ciò che voi volete, non il presidente”. E se la tattica riesce anche stavolta, giù il cappello: i democratici si confermerebbero, dopo il capolavoro compiuto nel 2012, una gioiosa macchina da guerra politica che fa ciò che vuole, anche degli elettori che dovrebbero essere più vicini al GOP.

twitter @glaucomaggi

 

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