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Sul grande schermo

Dal baseball (e da Hollywood) una lezione all'antirazzismo di oggi

Il film "42" con Harrison Ford ricorda la rivoluzione silenziosa del primo professionista nero Jackie Robinson, stella dei Dodgers Anni 40

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Dal baseball (e da Hollywood) una lezione all'antirazzismo di oggi

di Glauco Maggi

Ha già fatto il pieno ai botteghini nel primo week end con 27 milioni di dollari di incasso, e promette d’essere un successo ancora per molte settimane. C'è da sperarlo perché "42", la storia di un eroe del baseball, è un film per tutti ed è bello pensare che potrà essere di ispirazione specialmente per i ragazzini che praticano uno sport di squadra, e non solo per i fans delle mazze e del "diamante". Il cinema dove l’ho visto sabato sera a Manhattan, il giorno dell’esordio, era gremito di bambini dai 10 ai 15 anni, l’età in cui si formano, o si perdono, i valori comportamentali che ti accompagneranno per la vita. Lo sport è  una ovvia palestra di carattere, oltre che di muscoli e di capacità  tecniche, e la vicenda di Jackie Robinson è unica nel contenere una miniera di insegnamenti. 

Nel 1946, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la generazione americana che aveva sconfitto il nazifascismo in Europa e Giappone tornava in patria. Vittoriosa e rigorosamente divisa tra bianchi e neri. Gli afro-americani erano stati buoni per fare i soldati contro uno stesso nemico, ma in pace dovevano rientrare nell’umiliante recinto delle segregazioni. I gabinetti pubblici per soli bianchi, le scuole separate in tanti Stati del Sud, e una Lega di Baseball con squadre composte di tutti neri, per distinguerla da quella di Seria A per soli bianchi. E' Branch Rickey, il manager del team bianco di Brooklyn dei Dodgers, a fare la "rivoluzione" pacifica che sconvolse il mondo del baseball. Per un magico cocktail di motivi religiosi (era un metodista), sportivi (voleva vincere e tra i neri c’erano giocatori di gran classe) e d’immagine (sapeva che avrebbe scritto una pagina di storia), Richey mise gli occhi su Robinson alla ricerca del personaggio "giusto". Non era tecnicamente proprio il più bravo di tutti i giocatori neri, secondo i critici sportivi, ma aveva altre qualità: era metodista, e aveva studiato in un college con i bianchi, dove aveva anche giocato a baseball e praticato altre discipline con i coetanei dell’altro colore.

Di carattere non era una mammoletta, infatti sulla sua fedina militare c’era un processo in corte marziale per essersi rifiutato di sedersi sui posti in fondo viaggiando in bus con altri commilitoni. La forza fisica e il coraggio non erano in discussione, così come lo spirito e la intelligenza adeguati per capire che la gente della sua pelle stava subendo un trattamento iniquo, insopportabile. Ma Richey non cercava un attaccabrighe, anzi voleva il contrario. Nel primo colloquio tra i due, quando il burbero manager bianco offre il contratto allo stupitissimo atleta nero, si assiste al passaggio-chiave che definirà l’esperienza, e il successo, del pioniere Robinson. "Ti prendo ad una sola condizione, che tu non reagisca mai ad alcuna provocazione. Te ne faranno, ma tu dovrai offrire l’altra guancia, accettarle e badare solo a giocare e a vincere", intima Branch. "Mi stai dicendo che vuoi un uomo che non ha il fegato di ribattere duramente alle offese?", chiede Jackie. Al che il manager risponde, faccia da duro e sigaro pendente (lo interpreta un inedito e convincente Harrison Ford, mentre Jackie è  un attore praticamente sconosciuto): "Voglio un giocatore che ha abbastanza fegato per NON reagire". Robinson accetta, e tiene poi fede alla promessa. Anche quando il pubblico dei tifosi lo sommerge di buu buu e di insulti. Anche quando un allenatore avversario lo apostrofa di offese e di epiteti razziali per tutto il tempo sul campo da gioco (spaccherà la mazza per la rabbia ma quando è da solo, nel corridoio verso gli spogliatoi) . Anche quando nel suo stesso team molti firmano una petizione per escluderlo dalla formazione (Branch sarà irremovibile nel difenderlo e nell’imporlo all’allenatore, isolando anzi i piuù razzisti). 

E anche se gli alberghi rifiutano di farlo entrare quando arriva con il torpedone dei Dodgers, Robinson tira diritto. E rischia ben più dei fischi e del disprezzo: subisce persino un tentativo di linciaggio vero, schivando l'agguato di malintenzionati durante una trasferta della squadra. Ma non cede mai, e a poco a poco guadagna ammirazione per il suo coraggio e favori per la sua causa. Prima di vincere il campionato (la favola bella gode pure del premio della vittoria sul campo, storica per i Dodgers) Robinson vince la sua più importante battaglia personale conquistando crescente solidarietà. Nel pubblico dei fans, tra i giornalisti e soprattutto tra i suoi compagni: quando viene vigliaccamente e scorrettamente colpito da una palla avversaria e cade a terra semisvenuto, dalla sua panchina scattano tutti per punire il colpevole e ne nasce una rissa generale. Quando riapre gli occhi, da terra, e vede la reazione a sua difesa, Robinson sa di aver raggiunto tutto quello che neppure sperava, ma che era stata la scommessa di Branch. Il razzismo di quegli anni avrebbe avuto ancora un ventennio di  vita "legale", prima della approvazione in Congresso delle leggi dei diritti civili della metà degli Anni Sessanta. Ma Jackie aveva tagliato un traguardo vero, che indicava la strada a tutto lo sport, e a tutta la nazione. 

Ogni fase storica ha le proprie ingiustizie, e le lotte per combatterle possono richiedere tattiche diverse. Robinson produsse una crepa nel razzismo popolare e diffuso con la determinazione e la dignita’ del silenzio, che suonò condanna per gli avversari della giustizia umana. Oggi che il razzismo negli stadi è, oggettivamente, opera di una minoranza di idioti, una pallonata fuori campo di Boateng è la reazione più coraggiosa di cui sembra disporre la maggioranza dei non razzisti. Ma avrà la stessa efficacia della impassibilità di Robinson?

twitter @glaucomaggi

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