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Dietro la strage

Boston, Obama, i ceceni e quelli che "l'islam non c'entra"

Subito dopo le bombe alla maratona è stata corsa a spegnere l'allarme: "Non è Al Qaeda, è terrorismo interno". La vicenda dei due fratelli estremisti, purtroppo, riporta tutti coi piedi per terra. Barack per primo

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Boston, Obama, i ceceni e quelli che "l'islam non c'entra"

di Glauco Maggi

Fino a ieri le persone per bene e normali, quelle che sperano che il male non vinca mai ma riconoscono che l’uomo può  essere cattivo e fare del male, si auguravano che il colpevole dell’orrendo e vigliacco attacco alla popolazione di Boston fosse un pazzo, un isolato mentalmente disturbato senza legami con altri, senza motivazioni ideologiche, senza contatti di appartenenza con reti o culture terroristiche organizzate. Altre persone, concediamo il per bene ma evidentemente fatte in una maniera diversa, diciamo politicamente obnubilante, da giorni sognavano di poter usare politicamente la tragedia per infliggere un colpo letale a chi si ostina a osteggiare Obama e le sue politiche. Addirittura avevano già trovato la pista che portava al terrorismo interno, domestico, inafferrabile e confuso tra animalismo e antitassismo, tra ecologismo e filo-armismo, tra antiabortismo e razzismo, tra antiwelfare e anti-grande governo. Tutto ci poteva essere dietro ai killer della maratona, "ma non l’Islam", "non Al Qaeda". Anzi, le bombe su Boston sono "la caduta dell’alibi di Al Qaeda",  e smettiamola di accusare il fondamentalismo islamico degli atti di terrore negli Stati Uniti, andava la tirata. Chi legge la stampa di sinistra trova gli esempi che vuole di una simile impostazione, come dire, orientata. Oggi è tutt’altro giorno, purtroppo. Chi, quorum ego, sperava nel pazzo isolato, è deluso e più allarmato. Perché non è bello vedere che, dietro le pentole a pressione usate come bombe, ci sono teste pensanti e motivate. Gente che venera Allah su Facebook, gente che ha sputato sull’America che li ha accolti come esuli politici ma che sapeva bene che cosa faceva. Gente come il maggiore musulmano dell’esercito Usa che ha fatto la strage tra i suoi commilitoni nella caserma di Fort Hook in Texas. Allora, Obama non lo chiamo’ subito un anello della catena del terrore, ma poi vennero fuori i suoi legami con il clerico Awlaki e la evidenza della sua radice islamica e del suo odio per gli americani non pote’  essere piu’ nascosta. In una intervista al giornale del suo college il maggiore dei due fratelli, Tamerlan, il sospetto N1, aveva detto due anni fa che "non aveva nessun amico americano" anche dopo 10 anni in un paese che gli aveva dato tutto, fino a diventare un campioncino dilettante di pugilato. Viene in mente il capo dei dirottatori dell’11 settembre, l’islamico Atta, che si era laureato ad Amburgo, ma mai si era integrato in Germania per coltivare la sua jihad. 

Per Barack Hussein Obama, che aveva dichiarato defunto il terrorismo islamico prima, e pure dopo, che il commando di Al Qaeda in Nordafrica assaltasse il consolato di Bengazi e ammazzasse l’ambasciatore Usa, e’ finalmente il giorno dell’amaro risveglio? Invece di ritrovarsi, come sarebbe piaciuto a lui e a Repubblica, con un colpevole iscritto al Tea Party che fa saltare degli innocenti perche’  non sopporta che gli venga leso il diritto di portare le armi, deve accettare la realta’:  la matrice e’ indubbiamente islamica, e nessuna legge restrittiva delle armi e dei controlli avrebbe impedito al duo di comprare le pentole e armarsi fino ai denti di pistole ed esplosivo. Dalla tragedia, pero’, e’ uscito anche un episodio edificante. Quello dello zio  dei due fratelli, Ruslan Tsarni, che vive in Maryland. Ha accusato i due di essere “dei perdenti”, ha chiesto a quello ancora vivo di costituirsi e di chiedere scusa. E ha scandito una frase che merita una targa a Ellis Island, il tempio civile della immigrazione dalle periferie del mondo alla terra del sogno di una vita migliore. “Questo e’ il micromondo ideale dell’intero mondo. Io rispetto questo paese. Io amo questo paese. Questo paese da’ a tutti la possibilita’ di essere trattati come essere umani”, ha detto degli Usa. Con buona pace degli antiamericani, una voce cosi’ aiuta a superare con l’animo piu’ sollevato anche le offese insanguinate dei dispensatori di odio ideologico.

twitter @glaucomaggi

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