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Complimenti per la trasmissione

Gli Eroi di tutti i giorni, una buona idea mal realizzata

Il programma con la Perego sa troppo di tv del pomeriggio

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Eroi di tutti i giorni

L’idea di premiare gli atti di bontà a fondo perduto che bordeggiano le cronache di un’Italia migliore di quel che appare, è onestamente buona.
In tempo di crisi psicosociale, l’intuizione di proporre ansiolitici narrativi, storie edificanti di persone che mettono a rischio la propria per salvarne altre, è lodevole. Roba da film di Frank Capra, da new deal rooseveltiamo, se si vuole. Nulla di nuovo, ma apprezzabile. Ma. Ma c’è qualcosa in Eroi di tutti i giorni, il nuovo programma condotto da Paola Perego su Raiuno (venerdì, ore 21.15) , ispirato ai suddetti criteri, che onestamente non gira.  Certo , di prim’acchito sei incuriosito di vedere: il ragazzino salvare una bambina dall'annegamento in piscina; o l’uomo che evita all’amico di crepare per colpa d’attacco cardiaco in auto; o l’imprenditore indomito che denuncia il racket; o un vigile del fuoco (eroe di tutti i giorni per antonomasia) che coordina i soccorsi sulla Concordia. Ma, a una seconda lettura,  t’accorgi che qui le ricostruzioni romanzesche sono docufiction senza pathos, anzi con troppo pathos da sfociare nella mitica “tv del dolore”; che l’incontro tra salvatore e salvato sa molto di Maria De Filippi e molto poco di Albert Schweitzer ; che Paola Perego, con tutto il rispetto, poco ci azzecca con la gente comune  le cui storie dovrebbe qui esaltare.
E’ un problema di grammatica narrativa e di confezione del programma. Questo propgramma è un deja vu della tv del pomeriggio, con servizi grondanti di retorica nazionalpopolare che attirano un solo tipo di pubblico, quello che, per comune certezza, è lo zoccolo duro –la polizza sulla vita- della rete ammiraglia. Però , almeno, quel pubblico dovrebbe esserci (3 milioni 136 mila spettatori sono pochini, specie tenendo conto dei costi della puntata); invece gli over 60 che guardano Verissimo e la D’Urso vanno su Paperissima.
Una scusante che gli autori pongono a giustificazione dello scarso appeal del programma è: “il bene e la gente comune non fanno notizia”. Forse. Ma, per dire, se in Italia avessimo seguito questa strada non avremmo avuto Zavattini e il neorealismo. Il discorso è lungo e noioso. La domanda, invece è breve: e se, cara Raiuno,si cominciasse, con una botta di vita, a cambiare volti e linguaggi?...
 

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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