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From Texas

La grande festa di George W. Bush
e gli elogi dei vecchi "nemici"

Cinque presidenti per l'inaugurazione del museo dedicato alla vita del repubblicano. Ed è gara di "solidarietà": ecco perché l'America è tanto amata (o tanto odiata)

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

La grande festa di George W. Bush
e gli elogi dei vecchi "nemici"

di Glauco Maggi
@GlaucoMaggi

Assistere per un’ora alla inaugurazione, presso l’Università  di Dallas in Texas, della Biblioteca Presidenziale dedicata a George G. Bush, ripresa in diretta televisiva giovedì  25 aprile, è  più utile per capire l’America che non leggere per un anno il New York Times.  Sul palco, tutti con la loro First Lady, c’erano cinque presidenti (i 4 ex ancora in vita più quello in carica), di cui 3 democratici e 2 repubblicani, che si sono divisi 28 degli ultimi 36 anni di Casa Bianca: 12 anni i mandati di Bush padre (4 anni) e Bush figlio (8 anni), e 16 anni i mandati di Carter (4 anni), Bill Clinton (8 anni) e Obama (i primi 4 anni già fatti, e i secondi 4 appena iniziati); mancava solo Ronald Reagan, con i suoi  otto anni tra Carter e Bush padre. A vederli parlare uno dopo l’altro non puoi non ripercorrere con il ricordo (avendo ahinoi l’età per farlo) la Storia domestica e internazionale, dagli anni ‘70 della grave depressione economica e della crisi petrolifera globale alla attualità del primo presidente nero alle prese con il moderno terrorismo esploso sotto il suo predecessore Bush. Non è che i cinque ex presidenti, nei loro discorsi brevi ma intensi, facciano riferimenti cronologici alle loro esperienze. Per niente. L’intento di tutti gli altri quattro è di omaggiare il festeggiato, George W. e lo fanno senza risparmio. E più sono stati, e sono, politicamente lontani da lui, più si lasciano andare ai complimenti. 

E’ una “cortesia” istituzionale spontanea, umana fino alla commozione dei sorrisi e delle lacrime. E delle risate che seguono la costante ricerca della battuta, un classico nei sermoni commemorativi ufficiali in America, alle premiazioni e persino ai funerali. C’è sempre qualcosa di buono da citare per celebrare chi ha ricoperto cariche importanti, chi “ha servito il Paese” come dicono qui. Persino da parte dei democratici anche se si tratta di congratularsi con Bush. Così, l’impegno e i successi di George contro l’Aids, la malaria e la povertà in Africa sono stati il tema centrale per Jimmy Carter. Mentre le citazioni degli altri due “colleghi” avversari di partito, Bill e Barack, hanno esaltato la leadership di Bush dopo l’11 settembre e gli sforzi bipartisan con Ted Kennedy per riformare la scuola e l’immigrazione, fino ad arrivare a lodare i suoi tratti personali: Clinton gli ha fatto i complimenti per come dipinge, la sua recente passione, e Obama ha fatto eco a Bill nel dire “è vero, più conosci la persona più apprezzi l’uomo. E’ una brava persona”.  

Sia Clinton sia Obama hanno poi espresso sincera ammirazione per come il Museo di Bush abbia tradotto in concreto l’essenza dei valori americani, la libertà di espressione: il pubblico potrà girare nelle sale, ognuna dedicata ad un tema controverso del passato di Bush, e scrivere che cosa pensa delle sue scelte. Che cosa ci può essere di più  libertario e democratico che offrire ai cittadini un video e una tastiera per “riscrivere la Storia”, per provare loro “a fare il presidente” negli anni di Osama e del terrorismo? 

E se qualcuno si chiede se non sia l’ipocrisia della correttezza politica a fare da ‘regista’ in una occasione come questa, sbaglia. Perche’ non è questo il punto. E’ ovvio che è sempre lo stesso Obama quello che nel 2007 votò da senatore contro la riforma sull’immigrazione proposta, insieme, da W. Bush e da Ted Kennedy, e quello che oggi applaude a quel tentativo riconoscendolo come sforzo bipartisan, sperando che tocchi a lui, Barack, negli anni che gli restano, cogliere il frutto da quel seme. Ed è sempre lo stesso Bill, che nei comizi pro Obama a fine 2012 accusava la politica economica di Bush di essere stata la causa della Grande Recessione, il Clinton di oggi, aprile 2013, che abbraccia l’intera famiglia Bush in un apprezzamento incondizionato per l’amore verso il Paese. Non sono i contenuti di merito delle parole dolci elargite con generosità a Dallas a  contare. A pesare davvero è  il più generale messaggio dato al pubblico: noi presidenti, tutti noi presidenti, siamo piccini rispetto a qualcosa più grande di noi, che ci precede e che verrà dopo. Al punto, se ci pensate,  che i presidenti vengono identificati con i numeri.  L’America è arrivata al presidente N. 44, che è segno di una continuità e di una memoria istituzionale che ha un principio e un futuro: dove ognuno ha fatto finora la sua parte come detta la Costituzione, in attesa dei prossimi leader. 

Dare gloria a chi è stato alla Casa Bianca da’ gloria a chi c’è ora, e a chi verrà. Questo spirito, e questa solidarietà da club dei presidenti, non li si inventa da fuori, non sono prodotti delle gelosie e delle ipocrisie individuali. E’ chiaro che sono l’ambizione e la attrazione del potere, tradotte in passione politica, a portare questi individui eletti nella Stanza Ovale, e sul palcoscenico del mondo. Ma con la carica conquistata, e il servizio reso, matura l’orgoglio di essere protagonisti di un sistema di valori alti, di essere gli alfieri di una nazione che ha una missione da rispettare: fare il bene non solo dei propri cittadini, ma anche degli abitanti nel mondo più bisognosi di pace, di libertà dalle tirannie, dalla fame e dalle malattie. Ecco perché’ l’America è tanto amata, ed ecco perché l’America è tanto odiata. A ognuno scegliere dove stare. 

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