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Usa verso l'uscita dal tunnel?

Disoccupazione ai minimi
nell'era di Barack Obama
E Wall Street fa il record

I dati sui nuovi posti di lavoro creati nel mese di aprile spingono l'indice Dow Jones sopra i 15.000 punti, una quota mai toccata prima

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

 

di Glauco Maggi

Il rapporto del governo sul lavoro del mese di aprile ha surriscaldato il venerdi’ di Wall Street, con gli indici maggiori alla conquista di nuovi traguardi numerici tondi, quindi simbolici. Il Dow Jones delle 30 blue chips, le maggiori societa’, ha superato di prima mattina la quota di 15mila punti, record storico, per poi mantenersi in zona per il resto della seduta. Lo Standard & Poor’s, indice che raggruppa le maggiori 500 aziende quotate in America, ha sfondato a sua volta un traguardo mai raggiunto prima, quello dei 1600 punti. In crescita (+1,3%  a quota 3380) anche il Nasdaq delle imprese tecnologiche, ma in questo caso il precedente livello massimo di 5200 punti, raggiunto nell’era della Bolla di Internet una dozzina di anni fa, e’ ancora lontano. Infine, da segnalare anche il +2% del Russell 2000, che comprende praticamente l’intero parco delle azioni quotate sui circuiti americani.

E’ un entusiasmo giustificato? I numeri dal ministero del Lavoro sono eccellenti, almeno quelli che di solito vanno nei titoli, ma non dicono tutta la storia. L’economia Usa ha aggiunto 165 mila nuovi posti di lavoro, oltre 20mila in piu’ di quelli attesi dagli economisti, e per di piu’ le revisioni dei due mesi precedenti, febbraio e marzo, hanno aggiunto altri 114mila posti che non erano emersi nelle prime anticipazioni. E il tasso di disoccupazione, che era del 7,9% a gennaio ed era sceso al 7,6% in marzo, e’ ulteriormente calato al 7,5%, che e’ il minimo storico da quando Obama e’ entrato alla Casa Bianca. Aggiungiamo al quadro i dati della casa del primo bimestre del 2013, e la tinta e’ ancora piu’ rosea: in febbraio i prezzi delle case secondo l’indice Standard& Poor’s- Shiller/Case delle maggiori 20 aree metropolitane hanno fatto un balzo del 9,3% rispetto a 12 mesi prima. E’ il secondo forte incremento consecutivo mensile, dopo gennaio, e un simile sprint non lo si vedeva dal 2005, prima del crash. 

Dietro le luci, pero’, ci sono ancora delle ombre scure, che consigliano cautela prima di dichiarare che la ripresa e’ davvero a vele spiegate, e che la prosperita’ economica e’ a portata di mano per tutta la societa’. Il mercato immobiliare e’ in salita sul fronte dei prezzi, ma la causa prima e’ la scarsa disponibilita’ di prodotti in vendita, non una sana crescita del numero delle vendite: e il paradosso e’ che si rischia, grazie ai tassi bassissimi dei mutui che sono il portato della politica accomodante della Federal Reserve, di arrivare ad una nuova “bolla” dei prezzi ma senza che ci sia una ripartenza adeguata degli scambi di seconde case e una ripresa di attivita’ dei costruttori che aiuti a creare nuovi posti di lavoro nell’intero settore (dai muratori agli intermediari e ai produttori e rivenditori di attrezzi per la casa di mobili). 

Anche i dati sull’occupazione hanno un diavolo nascosto nel dettaglio. L’aggregato delle ore lavorate, un termine oscuro che non conquista mai alcuna visibilita’ mediatica, e’ infatti sceso dello 0,4%, il che equivale a una perdita di oltre mezzo milione di posti di lavoro. Un esempio proposto da MarketWatch spiega in soldoni che cosa significa la discesa dello 0,4% delle ore lavorate. “Se le imprese avessero assunto tutti i 12 milioni di disoccupati in aprile, ma avessero tagliato le ore di lavoro della meta’, il tasso di disoccupazione sarebbe sceso a zero, ma saremmo tutti messi peggio: meno guadagni in busta paga, e una forte contrazione dell’economia”. In dettaglio, piu’ precisamente e’ successo che le aziende hanno assunto 165mila persone ma hanno tagliato in media 12 minuti a tutti gli occupati. Sembrano una quisquilia, ma se si considera questa riduzione di 12 minuti distribuita su tutta la forza lavoro di 135 milioni di lavoratori, e’ come se i datori avessero complessivamente licenziato 500mila persone, tenendo stabile il numero delle ore lavorate. Prendendo ad esempio il settore delle vendite al dettaglio, che dal rapporto e’ uscito come in buona salute per aver registrato 29mila nuovi posti, si vede che ha avuto una caduta di ore lavorate dello 0,7%, ossia l’equivalente di un taglio di 11 mila addetti. La politica concreta dei datori Usa sembra insomma sposare quella dello slogan “lavorare meno lavorare tutti”, attraverso un uso massiccio del part-time o del semplice accorciamento dell’orario settimanale. Nei primi 4 mesi del 2013 le ore di lavoro aggregate sono salite dell’1,2%, che e’ un dato compatibile con il +2% di crescita del PIL, livello di espansione economica decisamente inferiore al potenziale degli Stati Uniti e a quanto reclamano i disoccupati e i sottooccupati. Certo l’Europa sta peggio, ma gli odierni ottimismi su Wall Street e sul mattone sembrano quanto meno prematuri. 

 

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