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Audizione mercoledì

Hillary Clinton e le ombre di Bengasi: i whistle-blowers vuotano il sacco

Tra poche ore il Parlamento saprà davvero cosa è successo prima e dopo l'agguato all'ambasciata Usa in Libia, l'11 settembre 2012: bugie imbastite ad arte per non ostacolare Obama

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Hillary Clinton e le ombre di Bengasi: i whistle-blowers vuotano il sacco

di Glauco Maggi

Obama l’aveva scampata bella, non pagando il prezzo politico che avrebbe dovuto pagare, per quella tragica notte dell’attacco di Bengazi dell'11 settembre 2012, 50 giorni prima del voto. Ma l’onda lunga di quella vicenda di terrore è destinata a inseguire Hillary Clinton, che ebbe un ruolo decisivo di insabbiamento della verità, fino al novembre del 2016, quando la ex first lady ha già deciso di correre per succedere a Barack. Pagherà lei per il maldestro sforzo di seppellire i fatti, otto mesi fa, per fare un favore a Obama? Dipende da quale impatto mediatico-politico avrà l’audizione imminente davanti al Congresso: mercoledì, i parlamentari e il Paese sapranno la storia vera del depistaggio governativo dalle testimonianze di due whistle-blowers (funzionari a diretta conoscenza dei fatti che vuotano il sacco), che hanno già anche fatto sapere di essere stati minacciati dai vertici del Dipartimento di Stato e di temere punizioni perché hanno deciso di raccontare la loro esperienza di quelle ore drammatiche. Non solo il fantasma dei morti americani in Libia, ora anche le rappresaglie ventilate contro i funzionari onesti da parte degli scherani di Hillary entrano di prepotenza nel curriculum dell’ex segretario di Stato.

L’ambasciatore Usa Chris Stevens e altri tre americani furono uccisi per il raid dei terroristi con bombe e granate, ma la Casa Bianca riuscì a farlo passare per molti giorni, con il supporto del Dipartimento di Stato da cui dipendono i diplomatici, come il risultato di una protesta popolare contro un video anti-Maometto su Youtube. L’interesse di Obama era di non nominare Al Qaeda e l'estremismo islamico come responsabili, perché la sua tesi preelettorale era che il "terrorismo era stato sconfitto e che la guerra in Medio Oriente e in Afghanistan stava recedendo". Così, persino diversi giorni dopo l’operazione, che cadeva oltretutto nella undicesima ricorrenza degli attacchi a New York e Washington dell’11 settembre 2001, l'ambasciatrice Usa all’Onu Susan Rice andò in svariati programmi tv a sostenere la tesi del corteo di gente arrabbiata, e non la verità dell’assalto pre-organizzato. "Fin dall’inizio tutti sapevano che si trattava di un attacco terroristico", sostiene Gregory Hicks, il numero due della delegazione Usa a Tripoli, un diplomatico con 22 anni di carriera alle spalle. "L’ultimo rapporto di Chris, il suo finale rapporto direi, era stato Greg siamo sotto attacco", ha ricordato il vice ambasciatore parlando con i membri del comitato di indagini del Congresso.

Il sommario della sua testimonianza è stato diffuso dal presidente del Comitato dei servizi Darrell Issa, repubblicano californiano, che ha aggiunto che la soppressione della verità era stata ovviamente una scelta politica: non risvegliare negli americani la consapevolezza che il terrorismo era vivo e vegeto, come purtroppo ha poi dimostrato Boston. Issa ha anche detto che l'ufficio dell’antiterrorismo all’interno del Dipartimento di Stato era stato volutamente tagliato fuori dalle consultazioni tra lo staff di Obama, Hillary e Susan Rice, prima che quest’ultima portasse in tv la tesi ufficiale costruita, falsa. Hicks e Mark Thompson, il capo della divisione antiterrorismo del Dipartimento di Stato, sapevano infatti la verità  vera, che era racchiusa oltretutto anche nell’immediato rapporto della Cia di David Petraeus, mai utilizzato. Una inchiesta del Weekly Standard ha dimostrato che la prima stesura è stata ridotta alla metà, con il taglio di tutti i riferimenti al terrorismo e alla predeterminazione, per preparare la versione ufficiale da divulagare. E ciò anche dopo che il presidente libico Mohamed al-Magariaf aveva già detto, ore dopo l’assalto, che si trattava di un piano pre-organizzato . Il farlo apparire come un bugiardo, accusano ora i whistle-blowers, ha provocato il suo risentimento e ha ritardato il permesso delle autorità libiche a consentire l’ingresso immediato di investigatori americani, perdendo tempo prezioso per la caccia al commando. "Il netto impatto di ciò che è emerso è stato che il portavoce (Susan Rice, ndr) del più potente paese del mondo ha sostanzialmente detto che il presidente della Libia o è un bugiardo o non sa di che cosa parla. E la gravità di ciò non è misurabile", ha detto Hicks.

twitter @glaucomaggi

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Commenti all'articolo

  • zanka

    10 Maggio 2013 - 20:08

    Sempre ottimo Glauco Maggi. Sempre pessimo il tandem Obama/Clinton

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