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Comandante (non) in capo

Dov'era Barack Obama la notte
dell'attacco a Bengasi?
Negli Usa il velo non si squarcia

Sono passati quasi nove mesi da quell'11 settembre 2013. Ma resta il mistero profondo sulle ore cruciali in cui morì l'ambasciatore in Libia Chris Stevens

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Dov'era Barack Obama la notte
dell'attacco a Bengasi?
Negli Usa il velo non si squarcia

Aveva capito tutto Hillary Clinton, durante le primarie nel febbraio 2008, quando fece quello spot elettorale contro Obama: “Sono le 3 del mattino e i tuoi bimbi sono sicuri e dormono. Ma c’e’ un telefono alla Casa Bianca e sta squillando. Qualcosa sta accadendo nel mondo. Il tuo voto decidera’ chi prende quella chiamata, se e’ qualcuno che conosce gia’ i leader del mondo, qualcuno che conosce l’esercito, qualcuno sperimentato e pronto a fare il leader in un mondo pericoloso”.  L’allusione era alla incapacita’ di Obama di fare il capo in momenti di emergenza. Purtroppo la telefonata è poi arrivata davvero, di pomeriggio e non di notte, l’11 settembre del 2012, e il presidente… boh, nessuno sa che cosa abbia fatto, dove fosse, con chi fosse, nelle lunghissime ore degli attacchi al consolato di Bengazi e, poi, alla vicina sede di appoggio ai diplomatici Usa che ospitava gli altri due assassinati, i due ex Navy Seals. 

Alle 5 del pomeriggio, si sa da una deposizione in Congresso dell’allora ministro della Difesa Leon Panetta, il presidente era in un meeting alla Casa Bianca, gia’ in calendario da tempo, durante il quale Panetta stesso e il capo dello staff congiunto dei militari, generale Martin Dempsey, lo informarono, per quel che sapevano a quel momento, dell’assalto ai diplomatici Usa. Dalle 17 in poi buio quasi totale (quasi, perche’ si sa che Obama parlo’ per un’ora con il premier israeliano Bibi Netanyahu, ma di Iran) durante le ore cruciali, fino alle 22 quando la Casa Bianca ha detto che ha avuto uno scambio telefonico con Hillary Clinton, segretario di stato. Ma non si sa dove fossero l’uno e l’altra, a parte ovviamente il sapere che non erano insieme. A quell’ora, l’attacco al consolato (in cui sarebbero morti l’ambasciatore Chris Stevens e l’esperto di computer Sean Smith, ma la notizia si seppe alle 2 del mattino dopo) era finito, ma ancora non c’era stato l’assalto a colpi di mortaio che ammazzo’ gli altri due ufficiali americani. 

Perche’ tanto mistero sulla notte del comandante in capo, che e’ ricomparso alle 10.35 del mattino dopo per l’orazione funebre sul prato della Casa Bianca, prima di volare a Las Vegas per un comizio di raccolta di fondi? Mettiamo le cose in contesto. Sapere come agisce, e reagisce, un leader nei momenti drammatici non e’ curiosita’ morbosa. Chi non ricorda George Bush che sta parlando in una classe elementare in Florida, per spronare i bambini allo studio, quando gli arriva il bigliettino con la notizia dell’aereo nella prima torre di New York? Sorvoliamo sul fatto che ci fu un diffuso, e palesemente idiota, dileggio nei media sul presidente che leggeva favole in mezzo ai bambini, come se fosse un disertore per non essere gia’ a Ground Zero in quei precisi momenti. Di cosa ha fatto, detto, dove e’ andato, con chi eccetera eccetera il presidente W.George quell’11 settembre 2001 sappiamo tutto: dalla cronaca trasparente d’allora alla biografia dello stesso Bush. Chi ha riso, allora, considerando Bush un povero deficiente, si chieda oggi che cosa sa della notte di Bengazi vissuta dall’attuale presidente “intelligente”: ed esprima (vale anche un balbettio) un giudizio sul comportamento di Obama nella tragedia di 12 anni dopo (si’, era l’esatto 11esimo anniversario) e su questa continua e vergognosa censura. Perche’ di questo si tratta, e cio’ deve portare chi e’ intellettualmente onesto ai peggiori pensieri.

Basta pensare a un’altra fase drammatica della storia Usa, quel 2 maggio del 2011 in cui fu fatto fuori il leader di Al Qaeda. Furono la Cia e i Navy Seals i veri eroi, dopo anni di lavoro, ma grazie a Barack passera’ alla storia, mediaticamente, come “Tutta la cattura, ed eliminazione, di Osama minuto per minuto, come e’ stata diretta, sofferta e vissuta nella Situation Room dal comandante in capo”. Abbiamo visto e rivisto lui, il presidente, attorniato da tutto il suo staff, seguire le fasi dell’operazione vittoriosa. L’abbiamo visto, oggi lo sappiamo, perche’ e’ stato un successo, un trionfo che avra’ un capitolo tutto suo nelle prossime autobiografie di Barack. Ne ha scritte due prima dei 40 anni, chissa’ quante ne fara’ dopo i due mandati. Ma manchera’, cospicuamente, la notte dei misteri, e della uccisione dell’ambasciatore Usa, un evento che non succedeva da tre decenni. 

E’ un presidente fatto cosi’, ma anche perche’ gliele fanno passare tutte. I giornalisti (tranne qualche commentatore conservatore nelle pagine interne degli editoriali, come Rich Lowry sul New York Post) non trovano scandaloso, e non lo scrivono in prima pagina, che il massimo uomo di pubbliche relazioni di Barack, Dan Pfeiffer, sostenga in Tv che “e’ una materia largamente irrilevante” il sapere dove fosse Obama, se nella mitica Situation Room o no, e con chi. Cioe’ nelle ore in cui e’ stato deciso (dalla Casa Bianca? Dal Pentagono? Dalla Clinton? Dalla Cia?) di non mandare a Bengazi rinforzi da Tripoli o aerei dalle basi e dalle navi nel Mediterraneo. E nelle quali, invece, si e’ cominciato a costruire freneticamente il castello delle ricostruzioni false ma politicamente corrette, la bufala della colpa alla manifestazione di popolo che mai c’era stata, per un video di cui mai nessuno ha parlato in Libia.

Su Obama Hillary aveva visto giusto nel 2008, ma quella campana da Tripoli del 2012 ha suonato anche per lei. A morto. 

 

 

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