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Non tutto è oro...

L'America che lavora: cosa c'è dietro i dati ufficiali

Wall Street ha brindato ai 200mila nuovi posti. Ma tra americani che rinunciano, precari e tasso di disoccupazione il ritratto è meno brillante di quanto appare

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

L'America che lavora: cosa c'è dietro i dati ufficiali

La Borsa americana ha ben reagito venerdì al dato sul lavoro di giugno da parte del governo, chiudendo in positivo per la seconda settimana di fila, dopo le forti perdite di quella precedente, segnata dalle dichiarazioni di Ben Bernanke sul prossimo cambio di politica monetaria della Federal Reserve. Il mese scorso si sono aggiunti 195mila nuovi posti, e sono state innalzate pure le cifre dei due mesi precedenti, per altri 70mila nuovi occupati, anche se la percentuale dei disoccupati resta al 7,6%. Interpretare le mosse dei mercati non è una scienza esatta, comunque, e lo dimostra il fatto che per spiegare il "panico" di tre settimane fa il ragionamento comune di commentatori ed economisti era stato il seguente: l'economia Usa sta recuperando terreno, e quindi la Fed si accinge a ridurre entro l'anno e poi a tagliare entro metà 2014 le immissioni di liquidità (il programma di acquisto di bond pubblici), che tanto piacciono alla Borsa perché drogano la domanda di azioni. Quindi, tutti a vendere. Ieri, il rapporto sul lavoro ha battuto le attese degli economisti con i suoi quasi 200mila nuovi posti in più, di fatto rafforzando il moderato ottimismo di Bernanke e quindi confermando che la Fed proseguirà nel calendario futuro tendenzialmente "restrittivo". Ossia quello che aveva annunciato tre settimane fa, scatenando il fuggi-fuggi. Invece, Wall Street stavolta ha brindato, con il Dow che è tornato sopra i 15mila punti, un incremento di oltre il 15% sulla fine del 2012. 

Forse gli investitori sanno leggere tra le righe del rapporto meglio degli analisti professionali, anche perché spesso, per esempio gli economisti delle banche d'affari e delle società di fondi comuni, questi ultimi hanno un naturale interesse a dipingere più in rosa le tinte dei trend. Dietro le cifre del governo, infatti, si può scoprire una fotografia dell'"America che lavora" che appare molto meno brillante delle ultime cifre sui neo-occupati.

La considerazione fondamentale è che la società americana è nettamente divisa in due, con meno della metà dei cittadini in età di lavoro, il 47%, che ha un impiego a tempo pieno. Dei 144 milioni di americani con un impiego, in giugno, 116 milioni lavoravano infatti a tempo pieno. Dei 245 milioni di cittadini adulti, il 58,7% aveva in altre parole una occupazione, ma solo il 47% aveva la busta paga "intera". 

Se la reazione positiva della Borsa venerdì fosse dovuta al "buon" dato della creazione di quasi 200mila nuovi posti, sarebbe la dimostrazione di come gli Usa abbiano smesso di sperare di crescere secondo  un potenziale che fino a pochi anni fa era la norma. Ci fosse oggi la stessa percentuale di occupati sulla popolazione che c'era 10 anni fa, ci sarebbero 9 milioni di occupati in più. L'anno scorso circa due milioni di americani hanno lasciato la forza lavoro, cioè hanno rinunciato a cercare un posto, e quindi non entrano nel conteggio dei disoccupati. In giugno, il numero degli americani che volevano un lavoro a tempo pieno ma sono stati costretti ad accontentarsi di uno a tempo parziale è cresciuto di 352mila unità, ad un totale di oltre 8 milioni. E il numero di mesi in cui il tasso di disoccupazione è oltre il 7,5% (in pratica, dall'insediamento di Obama alla Casa Bianca, ossia ben oltre quota 50 mesi) è un record statistico. 


di Glauco Maggi

twitter @glaucomaggi

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