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America divisa

Nero ucciso dal vigilantes
Obama lancia la bomba razziale
e ora tira indietro il braccio

Polemiche negli Usa per l'assoluzione di george Zimmerman, che sparò al 17enne Trayvon Martin. Il presidente fu il primo a buttarla in politica, ma vista la malaparata lascia al suo ministro Holder il ruolo del "falco"

L'ispanico è accusato ora di "odio razziale". ma sarà difficile dimostrarlo
Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Nero ucciso dal vigilantes
Obama lancia la bomba razziale
e ora tira indietro il braccio

Anche in America il razzismo accende passioni, con l’aggravante della violenza che sta pericolosamente prendendo spazio, e ospitalita’ mediatica sempre maggiore destinata ad allargare le proteste. Il caso scatenante e’ il verdetto di innocenza che ha concluso il processo a carico del giovane George Zimmerman, il vigilantes volontario che ha ucciso con un colpo di pistola al petto il diciassettenne Trayvon Martin. Fin da subito, cioe’ da quando il presidente Obama dichiaro’  che “se avessi avuto un figlio maschio poteva finire a lui come e’ andata a Trayvon”, la vicenda ha smesso di essere un caso criminale con una fine tragica, da chiarire in un processo penale mettendo a confronto le prove raccolte dall’accusa contro le argomentazioni della difesa. E’ diventato, essendo Martin afro-americano e George ispanico-bianco (ma ormai e’ bianco per tutti, ispanico sarebbe una attenuante) l’occasione per misurare il tasso di razzismo che domina ancora i rapporti tra le etnie e la gente di diverso colore. Dove il verdetto era pero’ gia’ definito – cioe’ l’America e’ ancora profondamente razzista contro i neri - e da chiarire c’era soltanto se questo “razzismo” si sarebbe espresso, tecnicamente,  con una assoluzione o con una condanna.

Siccome le sei donne della giuria, che in 16 ore di camera di consiglio hanno convenuto che si e’ trattato di un caso di legittima difesa, hanno respinto la richiesta dell’accusa di dargli 30 anni, o l’ergastolo, per omicidio colposo o per omicidio di secondo grado, bollare l’America di razzismo e’ stato fenomeno istantaneo, di (relativa) massa, qua e la’ violento. Avesse la giuria condannato il bianco-ispanico, quegli stessi che sono scesi in strada avrebbero egualmente continuato a pensare, e a sostenere rumorosamente , che si trattava di un atto dovuto, contro un crimine che aveva dimostrato che l’America e’ razzista, inguaribilmente. L’unica cosa che non interessava al fronte colpevolista era l’aspetto giudiziario, quello delle prove e dei fatti accertabili. L’accusa ha presentato una testimone a carico di George, un’amica di Trayvon, che s’e’ letteralmente fabbricata una testimonianza smontata poi nel corso del processo. E se e’ fuor di dubbio che Zimmerman ha seguito e giudicato “sospetto” l’atteggiamento di Trayvon, anche se il ragazzo nero non era armato, mentre stava pattugliando il proprio quartiere che era stato fatto oggetto di furti e altri eventi di turbativa dell’ordine pubblico, non esiste alcuna certezza sulla dinamica dello scontro tra i due, risoltosi con lo sparo. C’e’ solo la campana di George, che dice d’essere stato vittima di una aggressione, tesi corroborata dai segni al volto delle percosse subite e da un giudizio del medico, di parte sua, che le ha definite gravi e tali da giustificare la paura di soccombere e di riflesso la decisione della difesa estrema con la pistola.

Aver caricato di toni razzistici, piu’ che di dati fattuali, la ricostruzione della storia ha, visti i risultati, nuociuto all’accusa.  L’Fbi ha invano cercato le prove di un atteggiamento razzista nella vita e nelle azioni di George, che del resto e’ ispanico (ma, si sa, e’ anche bianco…), e quindi sara’ dura la rivincita che il governo Usa ha annunciato dopo la sentenza assolutoria, incriminando il ragazzo del crimine federale di “odio razziale”. Occorre infatti proprio dimostrare che Zimmerman sia razzista “dentro”, per poter sostenere l’accusa, e cio’ dopo che il processo penale ha addirittura escluso la volonta’ “positiva” di uccidere Trayvon, e persino di averlo fatto “colposamente” ma solo nel suo pieno diritto di autodifesa, quella che la legge statale della Florida peraltro iperprotegge, di usare un’arma contro minacce gravi. 

Da notare i due ruoli di Obama e del suo fido ministro della Giustizia Eric Holder, che hanno proposto un doppio binario, gravido di politica, dopo il giudizio della corte. Il presidente ha detto che “la giuria ha parlato”, cioe’ ha fatto lo statista che accetta il verdetto, e ha lasciato a Holder il compito di tenere viva la polemica “razziale”, con il procedimento federale “per il crimine di odio”. Ma Obama respira politica come le persone normali l’aria. Come prima aveva chiamato Tryvon “suo figlio”  per fare pressione al processo, adesso ne  ha voluto sfruttare la morte per rilanciare la sua battaglia contro le “troppe armi”. Per onorare Martin, ha detto. Non la giustizia che ha seguito il suo corso. 

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