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Niente show down

La bancarotta? Se ne riparla ad ottobre

Il confronto sul tetto del debito federale slitta a dopo l'estate. La verità è che dopo l'allarme di due anni fa democratici e repubblicani hanno preferito fare propaganda

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Romney e Obama

Romney e Obama

I parlamentari americani hanno ancora una decina di giorni di lavoro prima di andare in vacanza, ed è ormai certo che non ci sarà alcun accordo sul budget fino a settembre, quando il Congresso riprenderà a funzionare. Il problema è che l'anno fiscale negli Usa si apre il primo di ottobre, e che quest’anno, tra ottobre e novembre, il debito federale toccherà il tetto previsto, e quindi le attività del settore pubblico potranno essere bloccate se non verrà approvata una norma specifica di rialzo del tetto, come vuole la legge. Si ricorderà che il precedente braccio di ferro, nell'estate di due anni fa, quasi paralizzò il paese, prima del compromesso all'ultimo minuto, ma intanto il tira e molla ebbe l'effetto di convincere Standard & Poor's che lo stato della finanza pubblica a Washington meritava la retrocessione dalle tre alle due A. L

L'accordo fu alla fine raggiunto con la disposizione del taglio automatico ("sequester") di 110 miliardi di dollari all'anno, metà a carico del Pentagono e metà di programmi domestici, se non si fosse trovata poi una intesa su una riduzione complessiva e strategica delle spese. E coì è stato: niente accordo e "sequester" scattato nel marzo 2013, che ha costretto ministeri e agenzie pubbliche a mettere in licenza non retribuita, a turno, una parte del personale non indispensabile. Per la verità, grandi disagi non se ne sono visti, anche se Obama ha tentato di drammatizzare il "sequester" abolendo le visite turistiche alla Casa Bianca. E siccome poi, per una serie di motivi tra cui l’alto gettito delle tasse e una parsimonia un po' più rigorosa dei ministeri nella amministrazione del denaro pubblico, la corsa del deficit è andata rallentando, il temuto show down della primavera è slittato all’autunno. Ma il clima di minor pericolo percepito di bancarotta imminente ha generato nei due partiti una reazione prevedibile "attendista". I democratici, guidati dal presidente, hanno ripreso a sostenere la tesi di nuove spese pubbliche, 91 miliardi in tutto, per l'educazione (gli asili nido promessi da Obama, per esempio) e per le infrastrutture, che dovranno essere finanziate da nuove tasse. E i repubblicani hanno risposto con una posizione intransigente sulla perfetta corrispondenza che ci dovrà essere tra i nuovi, eventuali, "investimenti" pubblici, e i tagli alle spese che dovranno finanziarli. E senza introdurre altre imposte.

E' ancora muro contro muro, insomma, e in questa fase non sono in corso neppure trattative sotterranee, perché da sinistra e da destra si ritiene vantaggioso privilegiare l'aspetto propagandistico, le dichiarazioni di principio, ognuno sulla propria trincea. Il Senato democratico e la Camera repubblicana, in assenza di un piano di budget comune per il 2014, stanno producendo leggi sui vari capitoli di spesa discordanti, che andranno forzatamente unificati nella seconda metà di settembre, quando si assisterà alla rituale corsa contro il tempo. 

Non stupisce che gli elettori assistano con fastidio alle schermaglie, coinvolgendo presidente e parlamento in un voto negativo. Il sondaggio di oggi 24 luglio del Wall Street Journal/NBC News assegna un 50% di giudizi negativi su come Obama stia operando, con solo il 45% di approvazione. La disistima per il Congresso è a livelli record, con l’83% che disapprova e il 12% che approva. Ma in questo caso alla valutazione impietosa concorrono, oltre agli indipendenti e ai pragmatici, anche i democratici e i repubblicani, soprattutto quelli più faziosi e convinti che le proprie tesi siano quelle valide e quelle degli avversari le più sbagliate. Bocciando il Congresso, in realtà bocciano la intransigenza altrui. L'anno prossimo a novembre tutta la Camera e un terzo del Senato verranno rinnovati, ed è ipotizzabile un bel ricambio di rappresentanti se verrà confermata la risposta data oggi nel sondaggio: il 57% tra tutti gli interpellati ritiene che "sia giusto dare la chance di essere eletto a una nuova persona", mentre solo il 32% dice che il proprio attuale rappresentante "merita di essere rieletto". 

di Glauco Maggi

twitter @glaucomaggi

 

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