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Usa, tutta la verità sul razzismo:
se il nero deve restare "ignorante"

I democratici bianchi di sinistra hanno fatto delle discriminazioni una miniera d'oro. E il caso Zimmerman accende il dibattito

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

George Zimmerman

George Zimmerman

Chi avesse la curiosita’ intellettuale di capire lo stato del razzismo americano oggi, come fenomeno sociale, dovrebbe ascoltare la voce di due intellettuali afro-americani, che hanno scritto di recente due articoli sul Wall Street Journal, Shelby Steele, e sulla NRO, la National Review Online, Thomas Sowell. E seguire la campagna, a base di domande a Obama senza risposta, che il commentatore di punta della rete Fox News Channel, Bill O’Reilly, ha lanciato lunedi’ scorso, e che sta sollevando polemiche ma anche tanto interesse. Purtroppo, e’ piu’ comodo accomodarsi nel luogo comune dei bianchi colpevoli, sempre e tutti (se repubblicani) e dei neri innocenti e vittime (se non repubblicani). Ma cosi’ facendo si perpetua solo una condizione di privilegio della classe di attivisti liberal neri, e dei Democratici bianchi di sinistra, che hanno fatto del razzismo una redditizia miniera di guadagni economici, di voti e di potere. Quanto alle masse nere in carne ed ossa e’ un altro discorso, il loro status deve restare quello di una sottoclasse; non devono essere responsabilizzati; vanno mantenuti nella piantagione dell’ignoranza a scuola e della criminalita’ nei ghetti.    

L’occasione del dibattito e’ il verdetto che ha assolto l’ispanico bianco George Zimmerman dall’accusa di omicidio del giovane nero Trayvon Martin. Nessun dubbio che la vittima dell’incontro tragico dell’anno scorso sia stata uccisa con un colpo di pistola , da Zimmerman, ma le sei persone della giuria hanno sentenziato, prove alla mano, che si e’ trattato di un caso classico di legittima difesa, e lo hanno assolto con formula piena. Venerdi’ scorso Obama ha risollevato strumentalmente il caso sostenendo che “anche lui era stato vittima 35 anni fa di essere guardato male perche’ nero”. Riaprendolo con quel tono, ha scelto di dare  supporto alla leadership storica del movimento antisegregazionista degli Anni 60, ossia agli “eredi” di Luther King, Jesse Jackson di Chicago e Al Sharpton, reverendo di Harlem, che hanno chiesto “giustizia” e vogliono che il vigilante volontario della Florida sia almeno condannato per “violazione della legge dei diritti civili”.  Per costoro, George avrebbe ammazzato Trayvon per il colore della pelle. Punto. La giuria “non ha fatto giustizia”, lamentano. Ma questa tesi, che ha subito convinto il gregge della stampa Usa e italiana, ha provocato le reazioni di Steele, di Sowell,  e di O’Reilly. E chi vi prestasse attenzione in buona fede vi troverebbe argomenti validissimi (per me inoppugnabili, ma mi basterebbe che almeno entrassero nella “conversazione” sul razzismo. E la lezione Usa potrebbe, chissa’, illuminare il dibattito anche in Italia su come integrare gli immigrati). 

“Il verdetto Zimmerman e’ stato un evento traumatico per l’establishment dell’America dei diritti civili, e per molte elites nere nei media, nel governo e nell’accademia”, ha scritto Steele, cattedra alla Stanford University's Hoover Institution. “Quando si cresce abituati ad istituzioni americane cosi’ intimidite dalla prospettiva di una rabbia nera, tanto che si inventano idee viscide come la "diversita’" e la "inclusivita’" semplicemente per sfuggire a quella rabbia, allora la chiara e pura  lettura della legge che la giuria di Zimmerman ha compiuto appare come uno shock. Oggi la leadership nera sostanzialmente vive ancora dei fumi della autorita’ morale che resistono dai gloriosi giorni degli Anni 50 e 60. Considerate la passione di una leadership che una volta ha trasformato la nazione e ora sbava per la condanna di un contrito e mortificato Zimmerman, quasi che un po’ di tempo in prigione per lui in qualche modo assicurerebbe piu’ pace e sicurezza ai teenagers neri ovunque! E questo, a dispetto del fatto che quasi un teenager nero viene ucciso in media ogni giorno nella South Side di Chicago, per citare una sola citta’, da un altro teenager nero. Non sarebbe la prima volta che un movimento iniziato con una profonda chiarezza morale , e che ha raggiunto la grandezza, svanisce via via nella parodia di se stesso. Non perche’ era sbagliato ma perche’ ha avuto successo. Il successo dei loro predecessori nel raggiungere una trasformazione sociale ha negato ai leader attuali l’eroismo che era inevitabile per un Luther King o un Nelson Mandela. Jesse Jackson e Al Sharpton non possono scriverci lettere dal valore perenne dalla galera di Birmingham o marciare, come John Lewis fece nel 1965, a Selma, in Alabama, in un vortice di cani e di manganelli della polizia. Quell’America non e’ piu’ qui (anche se non si puo’ dire che ogni traccia sia sparita)”. 

Aver cavalcato la causa di Trayvon, continua Steele, e’  la prova che “questa leadership tollera facilmente ragazzi neri che ammazzano ragazzi neri… ma non puo’ permettere che un bianco (e a Zimmerman, che ha origini ispaniche,  e’ stata attribuita a forza una identita’ bianca contro le sue stesse obiezioni) possa andare libero dopo aver ucciso un nero, senza minare la ragione di esistere della leadership”. E ancora : “Lo scopo dell’attuale dirigenza dei diritti civili non e’ di cercare giustizia, ma di cercare potere per i neri nella vita americana basandosi sull’assunto che sono ancora, in migliaia di modi sottili, vittimizzati dal razzismo bianco… Io la vittimizzazione la chiamo una licenza, una "verita’ poetica", che piega la realta’  per portare avanti un’altra verita’, una che, e’ ovvio, serve i loro fini. Le verita’ poetiche hanno successo perche’  passano come perfettamente ovvie: "L’America e’ una nazione razzista", "Il dibattito sulla immigrazione e’ guidato dal razzismo", "Zimmerman e’ andato dietro a Trayvon seguendo uno stereotipo” . E noi diciamo "Si’, e’ cosi", perche’ non vogliamo sembrare razzisti. Le verita’ poetiche funzionano per intimidazione morale, non per la forza della ragione”. 

“Nel corso delle generazioni, i leader neri sono passati dall’essere anime nobili a ciarlatani senza vergogna”, scrive piu’ brutalmente Sowell. “Dopo il successo della insurrezione dei diritti civili, questi leader si sono messi in proprio guadagnando denaro, potere e fama promuovendo approcci e azioni razziali che sono controproducenti per gli interessi di quelli che rappresentano. Non e’ fenomeno limitato ai neri o agli Usa…. Gruppi che crescono dalla poverta’ alla prosperita’ raramente fanno cosi’ avendo dei leader da seguire. Mentre quasi tutti gli americani possono facilmente citare un gran numero di leader neri, attuali o del passato, quanti saprebbero i nomi di capi asiatici-americani o quelli di leader ebrei?”, due altre comunita’ con un passato di discriminazioni e umiliazioni? 

Se le provocazioni di Steele e Sowell sono quelle di due studiosi, diretto e politico e’ l’attacco di O’Reilly a Obama. “Vuoi avviare una conversazione sulla condizione dei neri in America? Prenditi la responsabilita’ di denunciare i rapper che esaltano violenza e sesso e misoginia e traviano i giovani neri”, ha detto in buona sostanza in diversi interventi in Tv. E ha rincarato: se il tasso di disoccupazione tra i teenager neri e’ del 57%, perche’ non ti esponi a denunciare la piaga della famiglia distrutta, che e’ la causa prima dello sfacelo sociale dei neri? Il 73% dei parti avviene fuori del matrimonio, e una gioventu’ senza padre e’ assai piu’ esposta a crescere sbandata, ignorante, e facilmente preda di droga e criminalita’. Ma di questo, e’ la sfida di O’Reilly e in generale dei conservatori alla cultura di sinistra, i leader neri non si occupano, non considerando l’aspetto della responsabilita’ personale come quello da cui partire per emancipare i giovani dalla schivitu’ dei ghetti moderni. Loro, i leader, sono per la redistribuzione e per piu’ spese pubbliche assistenziali, cioe’ per quella politica di welfare sociale che ha dimostrato tutto il suo potere distruttivo a Detroit, per decenni guidata da democratici e da neri, campioni del dirigismo  assistito. Da 2 milioni la citta’ e’ scesa a 700mila, ed e’ finita in bancarotta. 

di Glauco Maggi
@GlaucoMaggi

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