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War on terror

Allarme nelle ambasciate Usa:
se il terrore si può prevenire
è tutto merito della NSA

L'ente è nel mirino dopo le rivelazioni di Snowden, ma gli Usa dovrebbero ringraziarlo. Anche perché la minaccia islamica cresce di giorno in giorno

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Allarme nelle ambasciate Usa:
se il terrore si può prevenire
è tutto merito della NSA

Il Dipartimento di Stato Usa ha prolungato, almeno fino a sabato prossimo, l'allarme per un probabile attentato terroristico. Il senatore piu’ alto in grado tra i repubblicani della Commissione sui servizi segreti, Saxby Chambliss, informato insieme ai suoi colleghi dai responsabili della NSA, l’agenzia della sicurezza nazionale, ha detto che il complotto e’ in avanzato stato di preparazione, e che quello che si sa e’ grazie al programma di intercettazioni telefoniche mirate della NSA. Speriamo basti questa paura per convincere i supercritici che il piano di spiate con i logaritmi e il big data e’ utile, e che non si debbano contare altre vittime per inasprire le prossime leggi sulle intercettazioni… Purtroppo non si conosce con precisione “dove” sara’ scatenato l’attacco, o almeno non e’ stato divulgato pubblicamente. Indiscrezioni puntano sullo Yemen come luogo dove potrebbe avvenire, ma anche da dove potrebbe essere originato, visto che la AQAP (Al Qaeda Arabian Peninsula) e’ la sezione di Al Qaeda che appare oggi la piu’ organizzata e pericolosa. L’attentato sarebbe di “importanza strategica”, nelle intenzioni dei suoi organizzatori origliati, e per altre fonti potrebbe colpire una grande nazione occidentale. Insomma, quello che e’ certo e’ che quando Obama si era vantato durante la campagna elettorale del 2012 che il terrorismo era in rotta, i suoi quadri decimati, e che la “marea della guerra stava recedendo” era purtroppo soltanto un illusorio slogan funzionale a ritirare in fretta le truppe dall’Afghanistan, dopo averlo fatto totalmente in Iraq, per conquistare punti di preferenza e voti presso il pubblico americano stanco per gli oltre 10 anni di conflitto contro i fondamentalisti islamici. 

Il presidente ha al suo attivo la eliminazione di Osama Bin Laden, questo e’ innegabile, e con la sua strategia intensiva dei droni ha ammazzato un certo numero di dirigenti di Al Qaeda e talebani soprattutto in Pakistan e Afghanistan. Ma, a parte che le morti collaterali di cittadini innocenti hanno fomentato in quei paesi un antiamericanismo dello stesso tenore, anzi piu’ acuto, di quello che c’era con George Bush quando rispose con la cacciata dei talebani dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, Al Qaeda ha “raggruppato le sue forze” e “pone una minaccia globale”, come titola oggi il Wall Street Journal in prima pagina. Il segnale piu’ evidente, oltre ovviamente al piano attuale che fa trattenere il fiato agli americani in viaggio in questo periodo (e non solo a loro: il generale Martin Dempsey che presiede il comando unificato delle forze armate americane ha detto in Tv che l’attacco e’ diretto contro “interessi occidentali e non solo contro gli Usa”), e’ che Al Qaeda e la rete dei suoi affiliati hanno riconquistato spazio d’azione in Iraq, grazie allo sgombero affrettato di Obama, e si sono radicati in Siria e nell’Africa del nord (Mali e Libia) e in altre “terre di nessuno” dell’Africa orientale e della penisola araba. La maggiore preoccupazione dei servizi segreti Usa e’ che e’ ancora libero e attivo il “cervello” riconosciuto delle bombe, il cittadino saudita Ibrahim al Asiri, militante di AQAP, ritenuto il creatore di nuovi ordigni e l’istruttore di giovani “bombaroli”.  

Operativamente, a preoccupare l’America e l’occidente dovrebbe essere anche la strategia, sempre piu’ di successo, degli attacchi di Al Qaeda alle carceri dei paesi islamici dove sono detenuti i terroristi catturati. Una ricerca pubblicata sul New York Post in un articolo di Paul Sperry, studioso della Hoover Institution, elenca i terroristi fuggiti dalle galere o"liberati" dai loro compagni o dai governi islamici ai quali erano stati trasferiti dagli Usa. Ecco un estratto: 

*Iraq, oltre 600 terroristi, alcuni condannati a morte, sono stati liberati il mese scorso da due prigioni vicino a Bagdad con due attacchi simultanei, da loro “colleghi” con l’aiuto di uomini di Al Qaeda. 

*Libia: 1200 detenuti sono scappati nel 2012 dal carcere di Bengazi, Koyfiya, grazie a incursioni di terroristi, e sono ancora uccell di bosco.

*Pakistan: un mese fa 250 prigionieri rinchiusi a Dera Ismail Khan sono stati liberati grazie a un attacco di estremisti, anche usando bombaroli suicidi per fare breccia nella galera.

Poi ci sono pure le “liberazioni” pacifiche e legali, ma che hanno lo stesso effetto di far tornare nelle schiere terroristiche centinaia di sospetti:

*Afghanistan: gli Usa hanno trasferito al governo di Karzai 4000 detenuti e 1376 sono stati gia' liberati. 

*Arabia Saudita: il piano di “reintegro nella societa' civile “ dei detenuti di Guantanamo consegnati dagli Usa al governo saudita e' stato un disastro: oltre il 40% dei liberati e' tornato a fare il terrorista. 

*Egitto: quando il presidente Morsi ha preso il potere ha subito graziato 572 sospetti, tra cui 25 leader della Jihad Islamica e di Jama al Islamiya. Il piu' importante e’ Mohammad Zawahiri, fratello dell'attuale leader di Al Qaeda Ayman al-Zawahiri, fondatore della Islamic Jihad e braccio destro di Bin Laden.

*Gitmo: il 30% dei 600 detenuti rimandati nei loro paesi e' tornato  a fare il militante, secondo un rapporto del Pentagono.

Obama si era sognato di aver sconfitto Al Qaeda, adesso deve affrontare un brusco risveglio, volente e nolente. 

Glauco Maggi 

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