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Cambio di proprietà

Bezos compra il Washington Post
E la sinistra Usa rosica...
E' il capitalismo, bellezza

Mister Amazon, con tendenze libertarie, non si piegherà a pellegrinaggi e viatici dalle chiese dei partiti e delle banche

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Jeff Bezos

Jeff Bezos

Non e’ come quando lo “squalo” Rupert Murdoch riusci’ a conquistare il Wall Street Journal, ma la sinistra anche stavolta non l’ha presa bene per il passaggio di proprieta’ del Washington Post dalla fedelissimamente liberal famiglia Graham all’inventore-padrone di Amazon Jeff Bezos. Bezos, 49 anni, self made man che non ha mai conosciuto il proprio padre naturale, ha venature “libertarie” nel suo pedigree: ma se da una parte ha contribuito alla rivista libertaria Reason (Ragione), dall’altro ha dato molti piu’ soldi a candidati democratici dello stato in cui vive, il Washington State, che non ai repubblicani. Comunque, gia’ il fatto di essere quantomeno enigmatico  – infatti ha appoggiato con fondi rilevanti le campagne a favore delle nozze omosessuali ma anche quelle contro l’innalzamento delle tasse nel suo Stato che e’ notoriamente liberal - gli ha attirato un ‘evviva’ senza riserve da un pensatore contro corrente come Nassim Taleb, che ha twittato “la miglior notizia politica da anni: Jeff Bezos, con tendenze libertarie, compra il Washington Post. C’e’ una certa speranza. Incrociamo le dita!”. D’altra parte, la diffidenza da sinistra e’ stata esposta con moderato ma esplicito disappunto dall’Huffington Post, che si e’ chiesta “quale Bezos ha comprato il giornale della capitale? Il crociato contro le tasse o l’innovatore del business?”.

Nel giro di pochi giorni due istituzioni del calibro del Boston Globe e del Washington Post sono dunque passate di mano per pochi “spiccioli”. Il primo e’ stato comprato da John W. Henry, principale azionista della squadra di baseball dei Boston Red Sox, per 70 milioni: a vendere e’ stata la societa’ editrice del New York Times, che nel 1993 l’aveva pagato 1,1 miliardi. Il Washington Post e’ costato a Bezos 250 milioni, “un ventesimo di quello che sarebbe potuto essere il suo prezzo 15 anni fa”, ha scritto il neoconservatore John Podhoretz sul New York Post, commentando che “il totale rifiuto del giornale di essere minimamente rispettoso dei conservatori e dei repubblicani era un marchio della sua cieca arroganza”. “Certamente e’ stato potente, e ha meritato la sua caduta.. e’ una disgrazia che una grande istituzione giornalistica sia caduta tanto in basso… Una volta era uno dei due giornali obbligatori da leggere negli Usa, ora e’ un foglio locale piuttosto spento e smorto con un website decente a meta’”. Forse Bezos puo’ rimetterlo in piedi, azzarda Podhoretz.

Le due storie segnano il declino della figura degli editori puri ed esclusivi, costretti a vendere per i bilanci che non reggono il nuovo “ambiente” dominato da Internet. A resistere sono Murdoch e i Sulzberger, che conservano il New York Times ma hanno dovuto cedere, come si e’ visto, il Boston Globe. Sulla scena della carta stampata entrano cavalieri bianchi arrivati dai mondi mediatici emergenti oggi, il commercio elettronico e lo sport, sempre piu’ in espansione di canali e di pubblico. Bezos, il cui padre era un cubano giunto squattrinato in America, dove sposo’ la mamma ventenne di Jeff quando il piccolo aveva quattro anni e ne divenne padre legale, incarna con Amazon la rivoluzione digitale delle vendite, ormai debordata dai libri ad un ventaglio sempre piu’ ampio di merci e servizi. Henry, che ha fatto fortuna con il trading di commodities, e’ diventato con il tempo un imprenditore dello sport: nel suo portafoglio, con i Red Sox ci sono anche il Liverpool inglese di calcio, e una societa’ che gestisce le corse automobilistiche del circuito Nascar, il piu’ popolare in America. Consumatori e audience sportiva sono il target larghissimo, e globale, a cui mirano i due mecenati moderni, e su cui cercano di far prosperare le loro imprese. Avranno anche un occhio per la politica, e per i propri interessi economici paralleli, ma forse non saranno ossessionati dalla missione di far perdere sempre e comunque i Repubblicani. Si vedra', per ora non hanno fatto rivoluzioni manageriali.

Certo, se si confronta l’esperienza del palazzo dei media americani con l’Italia, una distanza abissale balza agli occhi. E’ vero che la recente visita di Obama ad un centro di smistamento di Amazon, in occasione del suo tour di propaganda delle proposte economiche del governo, puo’ generare il dubbio che il presidente sapesse in anticipo delle trattative in corso per la cessione a Bezos del quotidiano della capitale e che lo abbia quindi “benedetto”. Ma anche se fosse cosi’, e non ci sono affatto prove, resta il fatto nudo e crudo che un’impresa giornalistica della massima rilevanza possa cambiare padrone grazie a una sotterranea trattativa d’affari, con la mediazione tecnica di una societa’ di private equity, tra i vecchi padroni e un nuovo, singolo, personaggio in strabiliante ascesa economica (Bezos vale 28 miliardi per Forbes). Senza tessere ma con proprie idee dalla interpretazione problematica, quindi dai vassallaggi non predefiniti. Senza questue, pellegrinaggi e viatici dalle chiese dei partiti e dalle banche che prestano con il bilancino della politica. Mettendo sul tavolo 250 milioni cash e la propria fresca storia da parvenu. E’ sempre la talpa del capitalismo, insomma, che scava e scava, e scrive giorno dopo giorno la storia di questo libero paese.  

di Glauco Maggi
@GlaucoMaggi

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