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Governo poco trasparente

Esenzioni fiscali per i conservatori e battaglie "verdi". Lo scandalo Obama continua

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

Barack Obama

Si fa fatica a stare dietro agli scandali dell’amministrazione Obama. Anzi, non bisognerebbe nemmeno più chiamarli “scandali”, intesi come episodi che scoppiano fuori da una normalità virtuosa. Sono, piuttosto, un modo di agire coerente, costante, che si ispira sostanzialmente ad un unico principio: premiare i propri amici ed alleati politici, punire senza pietà gli avversari. Per un presidente che, una volta alla Casa Bianca, dovrebbe rappresentare gli americani tutti, non è un bel comportamento. Ma il militante Barack non si è mai adattato a questo approccio, ha scelto la parte del capo partito che non fa mediazioni con i “nemici repubblicani” e, dopo la rielezione che ha premiato il suo muro contro muro, ha ovviamente insistito nella pratica divisiva, con la quale punta a far vincere ai democratici il Congresso intero nel 2014. 

Oggi, in questo filone, si segnalano due episodi di arroganza istituzionale in un giorno solo. 

Il primo è uno sviluppo dello scandalo IRS: tre mesi fa, con la vittoria del 2012 diventata Storia, il governo ammise che nel 2011-2012 l’agenzia delle tasse aveva discriminato i gruppi dei Tea Party, e dei conservatori in genere, che avevano fatto la richiesta di essere considerati “fiscalmente esenti”, come era loro diritto e come era riconosciuto ai gruppi liberal e filodemocratici. In sostanza, i funzionari IRS hanno negato a tutti i gruppi conservatori questa agevolazione finanziaria, tirando per le lunghe, richiedendo informazioni non dovute, contestando senza motivi le richieste. Ne è uscita una indagine da parte della Commissione della Camera che ha il compito specifico di vigilare sugli atti amministrativi, e il potere di interrogare i funzionari. E’ così emerso nelle settimane scorse che i vertici dell’IRS, e in particolare un dirigente nominato da Obama, era di fatto il regista delle manovre discriminatorie. Oggi, il deputato repubblicano Dave Camp, che è a capo di un’altra Commissione congressuale che indaga sul caso (quella delle “tasse e dei mezzi”), ha fornito la trascrizione di un suo colloquio con un impiegato degli uffici IRS che gestiscono le domande di status esente. Alla domanda “che cosa succede adesso se un gruppo dei Tea party fa la richiesta, e lei non ha alcun motivo di credere che quel gruppo stia facendo politica e sia quindi legalmente approvabile?” la risposta del funzionario è stata che non è cambiato nulla. “Sono ancora in vigore le linee guida di prima”. Cioè, nel caso di gruppi che hanno nel nome Tea party, o Patriots, o Costituzione eccetera la domanda deve ancora essere girata ai capi IRS per un supplemento di indagine, che è l’anticamera del rinvio sine die, senza alcun motivo. Anche se Barack stesso ha dovuto ammettere in pubblico, allo scoppio dello scandalo, che la pratica discriminatoria era scorretta e andava eliminata, facendo credere agli americani (quelli boccaloni o in mala fede) che lui non ne sapeva niente, la “macchina dello Stato obamiana” va avanti da sola. Sa sempre bene che cosa deve fare  per il capo. 

L’altra notizia, che promette sviluppi sulla stessa linea del favoritismo e del doppio standard, viene dall’EPA, Agenzia della Protezione dell’Ambiente, Environment Protection Agency, il notorio braccio armato di Obama per le battaglie verdi. E’ l’ente che talvolta emette regolamentazioni illegali in barba al Congresso, che viene bypassato perché non approverebbe le norme restrittive sulle politiche energetiche care a Obama. Ha anche poteri legittimi, come quello di fissare le quote per le energie rinnovabili. Per il 2013 doveva già farlo nel novembre scorso, dando alle raffinerie, oltre al resto, le percentuali di etanolo da utilizzare nel produrre benzina. L’etanolo è diventato un costo pesante che le raffinerie eviterebbe volentieri, e il mercato dei “crediti alternativi”, che una raffineria può comprare al posto di usare l’etanolo, è impazzito: la Valero ha detto che il costo potrebbe salire a 750 milioni quest’anno, e la PBF Energy ha comunicato agli investitori che i 200 milioni che sborserà nel 2013 sono piu’ dell’ammontare dei salari dei dipendenti dei suoi tre stabilimenti. Del resto, i pochi centesimi al gallone dell’anno scorso per ogni credito sono schizzati a quasi un dollaro tondo quest’anno: si fa presto a capire come la quota di etanolo sia diventata la bestia nera di tutti gli operatori. Correggo. Non di tutti, ma di 142 su 143. Alla pagina 11 del voluminoso rapporto EPA di 89 pagine, in una nota di due righe, si legge che “ l’EPA ha approvato una esenzione per una raffineria per il 2013, e così è stato fatto un aggiustamento per tenere conto di questa esenzione”. “Tradotto in inglese”, ha scritto Kimberley Strassel sul Wall Street Journal, “delle 143 raffinerie  un, e uno solo, operatore fortunato è riuscito ad assicurarsi una dispensa da questo carico governativo. Non solo, il resto del settore si deve sobbarcare il costo di questo sconto”. Perché questa eccezione? E a chi è stata accordata, visto che non è stato messo il nome? Obama aveva promesso “l’amministrazione più trasparente della storia”, ma l’EPA non ha rivelato la raffineria avvantaggiata. Se ci sono  motivi oggettivi, difendibili, il nome lo sapremmo già, l’EPA non avrebbe avuto difficoltà a fornirlo. Il silenzio, da parte di un governo famigerato per fare figli e figliastri, autorizza il sospetto che si tratti di un favore speciale. Finché non esce il beneficiario, come non pensare male?

twitter: @glaucomaggi

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