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Autogol Usa

Da Tripoli al Cairo: Obama in un vicolo cieco

Il presidente democratico da anni ha deciso di "non decidere", pur senza poter cavalcare la tentazione isolazionista. E intanto nel Medio Oriente in macerie la popolarità del presidente è ai minimi storici

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

Barack Obama

 Dal famoso discorso "delle scuse americane" del Cairo, quando il neoeletto Obama, nel 2009, si rivolse alla platea araba e musulmana lodando l'Islam come religione di pace e lanciando la sua politica di sostanziale disimpegno dell'America quale potenza guida nella turbolenta regione medio-orientale, alla paginetta letta davanti alla villa di un finanziere miliardario donatore della sua campagna a Martha Vineyard, l'isola esclusiva del Massachusetts dove la First Family trascorre le vacanze da supervip, per chiedere che nelle strade del Cairo si fermi il bagno di sangue. La parabola della politica estera dei primi 4 anni di Barack Hussein non poteva avere un epilogo più tragico (per adesso, perché il futuro promette anche di peggio).

Il Medio Oriente non era un paradiso di pace quando Obama lo aveva ereditato da George Bush. Ma allora, almeno, l'Iraq era nella colonna dei paesi sulla giusta via, la prima democrazia reale alle prese con la difficile ricomposizione tra le etnie: e gli Usa erano ancora lì, discreti ma vigili sul processo politico e di sicurezza interno, e Al Qaeda era fuori gioco. L'altro lascito di Bush era la consapevolezza del ruolo dell'America nel mondo: un ruolo unico, che comporta l’assunzione di responsabilità di direzione e leadership che possono essere costose in soldi e soldati, ma che hanno il risultato di consegnare al mondo una nazione democratica, bandiera di libertà, che è rispettata perché è temuta. Oggi nel Medio Oriente la popolarità di Barack e degli Usa è pari, se non più bassa, di quando c'era Bush. Obama voleva ripristinare il prestigio dell'America, ha ottenuto il contrario.

L'antiamericanismo non lo si batte piegando la testa, chiamandosi fuori dalle sfide non eliminabili con la semplice buona volontà, o chiedendo più sacrifici agli alleati veri (vedi il caso di Isreale) che non schierando la propria determinazione contro i nemici e gli avversari (per esempio la Russia, che ripaga poi la arrendevolezza Usa con l’asilo a Edward Snowden). Il bilancio provvisorio che si chiude oggi con la mezza misura del "no" alle previste esercitazioni militari con l’esercito egiziano, ma con il mantenimento della sovvenzione annua da 1,3 miliardi di dollari al governo uscito dal colpo di Stato, è un elenco di fallimenti. Uno è la famigerata "guida da dietro" quando si è trattato di far fuori Gheddafi in Libia: una azione a mezza strada, con la rinuncia a una presenza politico-militare più seria e coerente, che avrebbe impedito l’attacco a Bengazi che ha ucciso l’ambasciatore Usa, o almeno avrebbe garantito una risposta adeguata, invece dello spettacolo di oggi, con i terroristi assassini indiziati dopo quasi un anno, e che rilasciano interviste alle tv americane. E poi ci sono i 100 mila morti siriani: Obama-Clinton sono partiti dando fiducia al "riformatore" Assad, e hanno poi tergiversato per due anni davanti alla decisione di appoggiare i ribelli del fronte piu’ vicino agli occidentali, con il risultato che adesso c’è una guerra civile in cui hanno peso ed armi milizie vicine ad Al Qeada e gli Hetzbollah. Obama non ha neppure rispettato la "linea rossa" dell’uso delle armi chimiche che si era autoimposto: Assad ha ucciso con i gas, ma l’intervento piu’ diretto, a partire dalla consegna di armi al fronte anti Assad, è in un limbo. La realtà è che Russia e Iran appoggiano apertamente il dittatore Assad, e la Siria invece di fiorire nella Primavera araba avviata dall’Iraq di Bush e’ oggi uno stato maturo per diventare una base di terroristi e di milizie anti-Israele. E l’Egitto è sulla stessa strada della guerra civile, che è il miglior terreno di coltura del radicalismo che si trasforma in terrorismo sanguinario. E’ ciò che potrebbe succedere persino in Iraq, tornato ad ospitare Al Qaeda e dove il governo sciita di Bagdad fa ormai causa comune con Teheran, dopo che l’addio dell’America ha creato un vuoto di potere e ha minato le prospettive di una evoluzione democratica.

Obama ha scelto il disimpegno di fatto, mentre ha mantenuto la retorica delle parole di pace con tutti, anche con quelli che volevano la guerra. Ora il terremoto egiziano, che appare come l’ultima tessera di un domino arabo e musulmano in rovina, sta dando fiato all’isolazionismo, una vecchia tentazione americana che data dalle due Guerre Mondiali. Obama, ideologicamente "antimperialista", probabilmente lo caldeggerebbe se fosse ancora un senatore. Da presidente non ha questo coraggio perché sa che l’isolazionismo è un lusso di chi può cavalcare la stanchezza del pubblico per le guerre "altrui", e per gli aiuti economici Usa all’estero. E’ infatti quello che chiedono, in simmetria perfetta, i senatori Rand Paul (Repubblicano libertario del Kentucki) e Patrick Leahy (Democratico Liberal del Vermont): basta con gli aiuti dei contribuenti ai generali egiziani, sostengono. Ma Obama, fedele alla sua linea che non è una linea, si è rifiutato di denunciare il rovesciamento di Morsi come un golpe, proprio perché ciò avrebbe fatto scattare la legge che impedisce di finanziare governi nati con la violenza.


di Glauco Maggi 
twitter @glaucomaggi

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