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Come Gore nel 2000

Joe Biden lancia la sfida
a Hillary Clinton
per le presidenziali 2016

Il vice di Obama va in Iowa e New Hampshire, due stati chiavi per la corsa alla Casa Bianca. Ma i sondaggi lo danno dietro l'ex segretario di Stato

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Joe Biden lancia la sfida
a Hillary Clinton
per le presidenziali 2016

A dimostrazione del fatto che i Democratici sono piu’ irresistibilmente attratti dal cadreghino, e’ stato confermato da politici del clan di Joe Biden che, a 73 anni nel 2016, l’attuale vice di Obama ha tutte le intenzioni di non farsi buttare fuori dalla Casa Bianca. Dick Cheney, il vice di George W.Bush, aveva sempre escluso di volersi candidare durante i due mandati da vice, e cosi’ ha fatto. Al Gore, numero due di Bill Clinton, si presento’ invece senza contendenti interni alla sfida con Bush, e non ha ancora accettato adesso di avere perso nel 2000. Biden non ha ancora dichiarato la decisione formale di correre per la Casa Bianca, ma il fatto che abbia programmato un paio di discorsi a due eventi politici in calendario nelle prossime settimane in due stati “critici” per chi vuole saggiare le proprie aspirazioni, l’Iowa e il New Hampshire, dice tutto sulle sue intenzioni di non mollare il potere.

Lo Iowa e’ il primo Stato a tenere una sorta di conta informale tra gli speranzosi nell’estate dell’anno precedente il voto (2015) e il New Hampshire e’ quello che ha una delle prime, e spesso decisive, primarie di partito. Non ci si va insomma per niente, ma per costruire o rinforzare relazioni con i politici locali, appoggiandoli nelle loro corse per il congresso o per la carica di governatore. I consiglieri e amici di Biden si sarebbero gia’  ritrovati per studiare, secondo una inchiesta del Wall Street Journal, l’idea di creare un comitato politico di appoggio, che consentirebbe di raccogliere fondi per finanziare gli spostamenti del vicepresidente e di intervenire fin dalle prossime elezioni del 2014 con campagne di sostegno a candidati democratici, che costituirebbero poi il network di alleanze indispensabile per rendere competitiva la gara di Biden. Il quale, del resto, non fa mistero della sua propensione: “Posso anche morire da uomo felice senza essere stato presidente degli Stati Uniti, ma questo non significa che non correro’ “, ha affermato allusivamente in una intervista su GQ Magazine di quest’anno.

Il problema dei problemi, e’ ovvio, si chiama Hillary. Un comitato “pro Clinton presidente” e’ gia’ stato costituito, e ha persino assunto due esperti di organizzazione dalla campagna di Obama, anche se pure l’ex segretario di Stato non ha annunciato nulla di ufficiale. Per lei parlano i sondaggi, che la vedono “stracciare” gli altri potenziali sfidanti del suo stesso partito, compreso Biden.  Il 63% dei democratici, secondo un sondaggio Rasmussen, pone Hillary davanti a Biden con il 12%. Tra i probabili votanti, pero’, Hillary e’ anche quella che raccoglie il massimo (27%) di chi si augura che non vinca le primarie, contro il 24% di Biden.

 

La “forza” dell’uomo delle gaffe, per ora, e’ di essere il solo nome riconoscibile e di peso, essendo stato vice per 4 anni, a parte la “inevitabile” favorita Clinton. La quale era pero’ “inevitabile vincitrice” anche nel 2005, quando era difficile pensare ad una alternativa. Poi, dalla lotta “fratricida” con Obama, e’ uscita perdente. Biden, che spera che la Clinton sia una eterna promessa, aveva due strade davanti. Nobilmente fare come Cheney, e chiamarsi fuori senza equivoci, pago della sua carriera. Oppure giocarsi le (poche) carte, che sembra avere oggi, puntando sulla umiliazione minore, che e’ quella di perdere una battaglia politica, combattuta vantandosi di essere stato il protagonista di una amministrazione storica per i Democratici. Smacco maggiore per lui, essendo un Democratico da cadreghino, sarebbe quello di non poter neppure essere considerato come un papabile presidente dopo essere stato scelto da Barack quale numero due, e guarda caso proprio davanti alla Hillary. Umiliata da Obama due volte nel 2008, prima alle primarie e poi relegata alla carica da ministro degli esteri, la Clinton e’ animata da una voglia di cadreghino tale da non essere stata nemmeno scalfita dai tradimenti del marito. Anzi, e’ stata cinica abbastanza da aspettare di capire se Bill aveva conservato il suo carisma dopo Monica. Siccome per il palato etico dei democratici non ci fu problema a perdonare Bill (erano bene allenati con John F. Kennedy), Hillary lo ha usato per la propria carriera.

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