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In Italia a gennaio

Falsità e omissioni
Il film "The Butler"
racconta l'America
che piace ai democratici

La storia del maggiordomo della Casa Bianca Cecil Gaines stravolta nella pellicola di Daniel lee il "Michael Moore nero": i repubblicani sono sempre cattivi e razzisti

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Falsità e omissioni
Il film "The Butler"
racconta l'America
che piace ai democratici

Avvertenza per gli eventuali spettatori del film “The Butler” (Il Maggiordomo), che ai botteghini americani e’ stato un successone quando e’ apparso nelle sale lo scorso week-end (in Italia uscira' a gennaio). Non e’ la storia vera del maggiordomo nero Cecil Gaines, intepretato da Forest Whitaker, che lavoro’ con 7 presidenti da Eisenhower a Reagan, e neppure quella di Eugene Allen, altro nero che servi’ lui pure alla Casa Bianca dal 1952 al 1986, da Harry Truman a Reagan, e fini’ la carriera da Maitre of the House.

Su Allen, quando Obama vinse nel 2008, aveva scritto un bel ritratto “reale” il giornalista del Washington Post Wil Haygood, ma il regista afro-americano Daniel Lee si e’ ben guardato di usare la sua biografia, perche’ urtava con la sua agenda politica da “Michael Moore nero”.  The Butler, invece, e’ un guazzabuglio delle due vite, ma con abbondanti aggiunte ed omissioni che hanno uno scopo politico ben preciso: distorcere la ricostruzione della storia reale della uscita dell’America dalla segregazione razziale per raccontarne una che sia compatibile con la tesi, conveniente ai Democratici ancora oggi anche se falsa, che i repubblicani sono sempre stati, e oggi piu’ di ieri, i “cattivi” nella battaglia per i diritti civili.

Che sia questa l’ispirazione dell’opera “non documentaria” e’ confermato da una intervista del regista stesso, Lee, rilasciata a Piers Morgan della CNN. “Pensa che l’America sia un paese piu’ o meno razzista da quando Obama e’ diventato presidente?’ ha chiesto il giornalista. La sua risposta: “Penso che la gente e’ arrabbiata perche’ lui e’ presidente e penso che stia dimostrando il suo vero colore. Quando Danny Strong (sceneggiatore di The Butler NDR ) scrisse queste parole "qualsiasi uomo bianco potrebbe uccidere un uomo nero e cavarsela" il caso Trayvon Martin non era ancora successo. Ma quando io poi ho messo a punto l’editing della pellicola, e sono uscito dallo studio, Trayvon era successo. Quindi si’, io penso che l’America sia piu’ razzista”. 

Il film nasce quindi come espressione militante di parte, e non si cura di rispettare la verita’ storica, ma di adattarla alla campagna sul “razzismo immanente”. Non a caso, nel suo primo discorso ufficioso da candidata presidente, Hillary Clinton qualche giorno fa ha parlato solo dei “diritti di voto” dei neri, che sarebbero frustrati dalla legge introdotta in North Carolina che richiede la carta d’identita’, quando e’ gia’ una realta’ in una trentina di Stati, e che peraltro e’ gia’ stata dichiarata costituzionale, per sei voti contro tre,  dalla Corte Suprema con un verdetto scritto da un giudice liberal. Ma sostenere che una misura ovvia di pulizia e legittimazione del voto tiene lontano le minoranze (anche se le carte d’identita’ con foto sono fornite ovunque gratis) e’ evidentemente un argomento ancora valido per quel pubblico (bianco) a cui piace sentirsi dire che vive in uno stato razzista, dove serve un voto ai Democratici per la redenzione. I neri si sono infatti gia’ bene adeguati, negli stati dove tutti devono produrre un documento con foto, come dicono le statistiche sulle percentuali di votanti per razza: in molti stati del sud e’ piu’ alta di quella dei bianchi, ma che cosa importa la realta’ dei numeri contro la propaganda?

Nella fiction del Butler gli attacchi piu’ virulenti sono contro Reagan, a cui si fa solo dire, tre volte, “mettero’ il veto alla legge del Congresso che impone l’embargo al Sudafrica”. Reagan non aveva preso questa posizione per “razzismo”, ma fedele, da libertario, all’idea che gli scambi commerciali liberi tra paesi con differenti regimi siano comunque positivi. In seguito si penti’ di quelle sue parole, ma non c’e’ traccia nel film. Che Nancy e Ronald non fossero razzisti e’ dimostrato dalla genuina amicizia con il capo Butler Allen, che quando si ritiro’ mise la foto con i Reagan nella sala da pranzo di casa sua, relegando nel sottoscala le foto con gli altri presidenti. “Il presidente gli scrisse una nota con dolci parole, e Nancy lo abbraccio’ forte”, riporta il Washington Post a proposito di Allen, che durante tutti i suoi anni alla Casa Bianca non disse nessuna parola critica verso alcun presidente. E tantomeno si dimise come atto di protesta negli anni di Reagan. E’ quello che invece Lee fa fare al suo “Butler”, Gaines, che mostra disagio alla cena di Stato alla quale Nancy e Ronald avevano effettivamente invitato Allen. Gaines lascia la Casa Bianca disgustato, e si unisce al figlio (finto) che aveva aderito alle Pantere Nere, e viene persino arrestato.

Le falsità si sommano alle omissioni. In una storia del razzismo Usa culminata con la legge del 1964 che ha introdotto finalmente la parita’ dei diritti civili, uno si aspetterebbe di vedere come era andata in Congresso, 50 anni fa. Cioe’ che la percentuale dei parlamentari repubblicani che l’avevano votata era stata piu’ elevata della percentuale dei parlamentari democratici. Ma sarebbe stata, come dice Al Gore, “una verita’ sconveniente”. Meglio non darla in pasto al pubblico dei cinema. Per queste minuzie ci sono i libri nelle biblioteche.

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Commenti all'articolo

  • jennifer

    07 Febbraio 2016 - 19:07

    Il film è ISPIRATO alla storia vera del maggiordomo, di conseguenza le sue accuse di falsità e omissioni non hanno alcun senso. Cambi mestiere.

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