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Barack nella palude

Obama tiranno in casa e struzzo fuori

La Casa Bianca non vuole intese coi repubblicani su immigrazione, debito pubblico, paga minima. Ma sulla guerra in Siria, dove potrebbe decidere da solo, il presidente si affida al Congresso per paura delle responsabilità

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Obama tiranno in casa e struzzo fuori

Obama è un politico grande calcolatore visto che ha vinto due elezioni di fila. Ma qualunque calcolo ci sia dietro il voltafaccia del fine settimana, quando ha deciso di chiedere l’autorizzazione al Congresso per l’uso della forza in Siria, peraltro sostenendo contemporaneamente che potrebbe anche decidere di andare alla guerra senza il sì del parlamento, o di non andare anche se gli danno il sì, il vero risultato, quello storico, è che la sua presidenza è finita. E c’è già l’epitaffio, scritto da Michael Goodwin, columnist del New York Post e vincitore di premio Pulitzer: “Obama ha una opinione per tutto, e una soluzione per niente”. Quello che si arrampicano sugli specchi a dire a suo favore i fans senza macchia, e gli attacchi senza risparmio dei suoi detrattori, ormai, sono poca cosa. Ciò che pesa, e che entrerà nei libri di storia, sono le manifestazioni di giubilo nelle strade di Damasco per “l’inizio della sconfitta della guerra americana in Siria”, come ha scritto il quotidiano del regime di Assad per celebrare il dietro-front. Quale altra interpretazione futura, onestamente, potrà esprimere meglio la capriola di Barack? Forse la “furbata” di mettere in un angolo il GOP, che se voterà contro passerà per il partito dei “senza cuore” che non vogliono fare la guerra nobile? La “guerra” per punire Assad, un criminale che John Kerry, povera anima strapazzata dal suo boss, ha definito come Hitler, come Saddam Hussein? Ma ve lo vedete Barack che sfida il no del Congresso e lancia i razzi da solo? O una Camera repubblicana, più la fronda liberal, che si prendono adesso l’onere del conflitto tutto sulle loro spalle, visto che è questo ciò che ha escogitato il presidente troppo astuto? 

E quale superiore moralità potrà mai illudersi di vantare un presidente che, appunto, ha ”una opinione su tutto, e una soluzione per niente”? E le opinioni sono una che smentisce l’altra? Se Assad è come Saddam, perché era stata “una guerra sbagliata” la sua cacciata da parte di Bush, come sosteneva l’allora senatore dell’Illinois? E se sono bastati (relativamente) pochi ribelli ammazzati da Gheddafi e nessun uso di armi di distruzione di massa per farlo entrare in guerra in Libia nel 2011, da presidente, “guidando da dietro” ma senza chiedere alcuna autorizzazione al Congresso, adesso che Assad stermina una media di 4.000 siriani al mese (e sono già trenta i mesi della repressione) usando il gas nervino, non può, quello stesso presidente, intervenire avvalendosi dello stesso “potere di guerra” rivendicato due anni fa? E per di più dopo aver tirato la famosa “linea rossa” dei gas che è diventata  una tragica barzelletta? 

La palla è nel vostro campo, ha detto in pratica Obama ad un Congresso che da quando è diviso tra Camera repubblicana e Senato democratico lui ha solo cercato di tiranneggiare e non convincere con negoziati bipartisan, incolpando il GOP di non voler ubbidire a tutto ciò che vorrebbe lui: la riforma dell’immigrazione in stile amnistia; ok all’innalzameneto del debito pubblico senza trattare tagli strutturali per ridurre strategicamente il deficit, anzi imponendo nuove tasse per programmi come l’asilo nido universale; portare a 9 dollari la paga oraria minima. Invece sulla Siria, dove è sovrano e poteva benissimo andare da solo, anzi dopo aver detto che sarebbe andato da solo, scopre fuori tempo massimo che ha bisogno del permesso parlamentare. A frenarlo sono stati i sondaggi che descrivono un’America più che scettica nell’imbarcarsi in una nuova avventura nel mondo islamico? Lui non sarà più su alcuna scheda elettorale, e non dovrebbe preoccuparsi dei voti, ma di agire per il meglio del suo paese, e possibilmente dei suoi alleati, e dei valori che propugna una grande democrazia. Invece si incarta tra lezioni alate, forse ricordando che fu eletto grazie alla sua retorica sulle acque dell’Oceano che si ritraggono, e a garbugli tattici che anche i suoi uomini più vicini non riescono ad azzeccare. Quando Colin Powell andò al Consiglio di Sicurezza e portò le prove che aveva sulle armi di distruzione di massa per difendere la linea del governo e preparare il terreno all’invasione dell’Iraq, Bush tenne ferma la barra della guerra, e fu poi Powell ad avere dubbi tardivi, fino a lasciare la Segreteria di Stato a Condi Rice. Ora che è Kerry ad aver sviluppato la tesi dell’uso delle armi con un intervento pubblico appassionato e bellicoso, che ha inchiodato Assad ai suoi crimini,  è al contrario il suo presidente che qualche ora dopo lo lascia lì, con le cartelle del discorso in mano, a doversi inventare una difesa d’ufficio penosa, da succubo. Un brutto spettacolo di leadership debole, confusa, contraddittoria, rivolta all’ombelico del confronto-scontro contro il GOP e non al teatro mondiale. In Iran, in Siria, in Nord Corea prendono nota: hanno ancora tre anni e 4 mesi di vacatio americana e vedranno di usarli al meglio.

di Glauco Maggi 
twitter @glaucomaggi

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