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In controluce

L'Italia spezzata in due metà
nei dati sul mercato Usa

C'è un Belpaese che funziona, ma ce n'è uno che tira a campare e spende le energie che non ha (politica politicante, burocrazia, sindacati...)

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

L'Italia spezzata in due metà
nei dati sul mercato Usa

Aumentano le importazioni di merci italiane dall’America, secondo i dati comunicati oggi a New York da Riccardo Monti, presidente dell’Ice, l’agenzia per la promozione all’estero e la internazionalizzazione delle aziende italiane. Nel primo semestre del 2013, i 18,6 miliardi di dollari di valore dei prodotti made in Italy assorbiti dal mercato Usa rappresentano il +2,95% rispetto all’anno scorso, e la previsione e’ di migliorare ancora nella seconda meta’ e di chiudere l’anno con un record storico positivo del saldo import-export tra Italia e Stati Uniti. Anche la quota di mercato dell’Italia sul totale delle importazioni americane e’ aumentata, dall’1,59% dei primi sei mesi 2012 all’1,68% del primo semestre di quest’anno. In ambito europeo siamo oggi i quarti fornitori dopo Germania, Regno Unito e Francia, mentre siamo dodicesimi nel mondo: degli 11 che ci precedono solo India e Corea del Sud hanno un tasso di crescita piu’ sostenuto, con Messico, Giappone, Regno Unito, Taiwan e Arabia Saudita che hanno riportato valori negativi. 

Mentre l’interscambio commerciale mostra quindi un trend soddisfacente, sia pure in presenza di un cambio dollaro-euro a 1,30 e anche superiore, quando l’ “ideale” viene considerato dall’Ice nella fascia tra 1,20 e 1,30, e’ sugli investimenti diretti dei capitali americani nel nostro Paese, e viceversa, che “i flussi continuano a essere al di sotto delle rispettive potenzialita’”,  si legge nel rapporto Ice.   Crescono le importazioni delle nostre merci in America. 

E’ un altro modo di leggere l’intera storia dell’Italia, paese che funziona per meta’: il mondo delle aziende forti e innovative del settore privato e delle isolate aree, come l’aerospazio, in cui la quota pubblica da’ via libera al management per giocarsi la partita con le regole internazionali. L’altra meta’ e’ quella della politica politicante, della burocrazia inefficiente, del sindacato piu’ retrogrado: insomma, l’Italia che campa perche’  si accaparra oltre la meta’ del prodotto interno lordo e spende le energie che non ha a inventare sempre piu’ tasse e regolamentazioni. 

I partiti, praticamente tutti, sono riusciti a far passare il messaggio distorto secondo cui la colpa del ritardo nello sviluppo, anzi della retromarcia nazionale, sia dell’allargarsi del divario tra poveri e ricchi, non nell’atrofizzarsi di un sistema istituzionale e di valori, in cui la creativita’ e’ scoraggiata e la responsabilita’ individuale viene repressa, perche’ vengono assolti gli atteggiamenti passivi di chi aspetta tutto dallo stato. Cosi’, il mostro della redistribuzione che tutto divora e’ persino arrivato a mettere gli occhi sui pensionati “privilegiati”, che sarebbero quelli sopra i 3000 euro. Ma la vera divisione che spezza in due l’Italia, e le toglie ogni chance di ripresa, e’ invece tra chi crea imprese e lavoro, e che da tempo guarda al mercato globale come al vero terreno di sviluppo, e il fronte parassitario di chi rivendica il “diritto di avere” prima di esercitare il “dovere di fare”. 

L’export e’ l’espressione piu’ chiara della meta’ attiva e propositiva, ed e’ sempre stato pure un fattore di ricchezza interna. E gli imprenditori italiani che scalano a fatica, quotidianamente, le classifiche delle performance delle penetrazioni nei mercati mondiali meritano l’applauso. Oggi sta pero’ aumentando, con le merci,  anche l’export delle professionalita’: e se c’e’ l’esercito dei manager e dei tecnici che “accompagnano” fisiologicamente l’export italiano, sono in aumento anche i cervelli delle aziende e della ricerca universitaria che emigrano per bisogno. 

Dall’incontro con Monti sono uscito con la netta sensazione che solo l’esposizione forzata alle sfide con l’estero potra’, forse, salvare il salvabile. Chi non ricorda che in un passato recente, il “pubblico”, nella veste degli enti locali, sperperava risorse per promozioni che erano la scusa delle scampagnate dei politici di regioni e province e comuni a New York, e in altre mete amene? E che l’Ice (in un passato piu’ lontano in cui la sigla stava per Istituto per il Commercio Estero) era un carrozzone costoso governativo, erede dell’era in cui la fetta importante delle esportazioni aveva il marchio delle aziende delle partecipazioni statali? E che questi due mondi non avevano mai fatto sinergia, gelosi dei loro budget e incuranti dei risultati concreti raggiunti dalle disparate iniziative? Oggi, grazie alla crisi che ha prosciugato i bilanci delle regioni, e ridotto le casse dell’Ice, di necessita’ si deve fare virtu’. 

Monti ha detto due cose rilevanti, a mio avviso. La prima: che l’Ice ha in corso una trasformazione radicale del proprio ruolo, integrandosi con gli uomini del marketing estero delle imprese, o con i consorzi nei casi di quelle piccole e medie, per offrire una assistenza mirata e concordata, in cui le aziende trovino conveniente far tesoro dell’esperienza dell’Ice. La seconda: le regioni hanno capito che e’ finita la ricreazione turistica, e sono orientate a non fare piu’ iniziative senza averle prima concordate e coordinate con l’Ice. Tre di esse, il Lazio, la Campania e la Liguria hanno preso gia’ un impegno formale in questo senso. Se si tratta di avere successo vendendo bene in Florida (dove la novita’ e’ che l’Ice ha riaperto la sede a Miami) occorre battere la concorrenza degli altri esportatori di nautica e di mobili, tanto per fare un esempio. Occorre cioe’ che le aziende si focalizzino sul come essere piu’ innovative e creative, affidabili nelle consegne e competitive sui prezzi. Quando si parla un linguaggio cosi’  si vede bene che c’e’ un oceano di approccio e di sfide da vincere, e non solo l’Atlantico, tra i capitani coraggiosi dell’industria italiana in trasferta, e i “tavoli” delle discussioni tra “le parti sociali” a Roma. 

di Glauco Maggi
@GlaucoMaggi

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