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Complimenti per la trasmissione

David Frost, il metodista che cambiò la tv

La morte del noto anchorman

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
david frost

“ La tv è come la cacca, si fa ma non si guarda”. Leggenda attribuisce la frase più irriverente, scatologioca -e sostanzialmente vera- sui produttori televisivi a sir David Paradine Frost, stroncato da un infarto pochi giorni fa durante una crociera sulla Queen Elizabeth (beffa del Fato: proprio lui, che aveva contribuito coi suoi programmi a sminuzzare l’onore della monarchia inglese, ne scrive l’amico John Lloyd su Repubblica).
Frost è un must: sta alla tv come, in Italia, Fellini al cinema e Montanelli al giornalismo. Figlio di un pastore metodista, il doppiopetto blu sempre impeccabile, la basetta e il sorriso così ferocemente anni 60, laureato a Cambridge e primo datore di lavoro dei Monty Python, Frost era l’anchorman assoluto. Colui che rivoluziò in giornalismo britannico innervandolo di satira e spettacolo. Per dire, poco più di ventenne venne scelto per presentare alla Bbc il primo notiziario  satirico intitolato "That Was The Week That Was", trasmesso a orari marzulliani (Striscia la notizia non ha inventato nulla…); continuò sulla scia dell’infotainment creando il canale London Weekend Television, facendo il pendolare tra Usa e Regno Unito. Un po’ dispiace che, tra i media, il solo Iris Mediaset -che ha riproposto mercoledì in prime time l’avvolgente Frost/Nixon-Il duello di Ron Howard, film candidato a 5 Oscar-ne abbia omaggiato la grandezza. Frost era un intervistatore spaziale. Aveva l’affabilità empatica di un Pippo Baudo e il guizzo acuminato di un Giovanni Floris; aggirata la distanza di sicurezza della vittima gli sparava in faccia domande personali mascherate da battute. Durante l’intervista a Nixon, dopo un cazzeggio, prese fiato e sibilò: “Non sente di aver tradito, in Vietnam, la fiducia degli elettori?” Nixon, pronto, ribattè: “Il Vietnam è una mia eredità..”; e Frost: “E la Cambogia?”, e lì fece partire in sottofondo le immagini di bimbi asiatici massacrati dal napalm. La qual cosa, vista oggi con la Siria, dimostra quanto il passato torni d’attualità.
Frost intervistò chiunque nell’ultimo mezzo secolo: tra cui Cassius Clay, Nureyev, Robert Redford, tutti i regnanti del mondo e ogni presidente americano, e ogni volta con l’accusa velata di voler destabilizzare la democrazia. A lui, da Letterman a Gene Gnocchi, devono tutti qualcosa. Era solo un giornalista che faceva domande micidiali senza prendersi sul serio. Una rarità, oggi…
 

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