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Il circolo vizioso

Il patto perverso tra democratici e sindacati

Le Union americane sono in costante calo di iscritti. Raccolgono il frutto di anni di intese e inciuci con i democratici e di irrilevanza sui temi del lavoro

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Il patto perverso tra democratici e sindacati

I sindacati americani  sono alla disperazione perché il numero di iscritti è in costante diminuzione, soprattutto tra i dipendenti del settore privato, e pensano ad una vera "rivoluzione" interna. Nel congresso che si è tenuto qualche giorno fa a Los Angeles, la AFL-CIO, la maggiore federazione di Unions del paese, ha deciso di aprire i propri ranghi non solo agli iscritti veri e propri al sindacato, ma anche a singoli lavoratori che sono in aziende dove il sindacato non è legalmente riconosciuto e non possono quindi essere tesserati, agli attivisti dei centri di quartiere e a tutta una pletora di organizzazioni fiancheggiatrici, impegnate in battaglie politiche di sinistra: dai gruppi di attivisti per l’avanzamento dei diritti degli omosessuali alle organizzazioni per l’appoggio alle donne che vogliono abortire; dalle sigle del mondo ambientalista ai gruppi dei pacifisti contro la guerra (soprattutto se il presidente è del GOP, quindi non ora contro l'amico Obama); dagli studenti ai pensionati alle celebrità del mondo dello spettacolo e di Hollywood e ai fans delle droghe libere; dai promotori delle battaglie a favore degli immigrati clandestini agli enti che si costituiscono attorno a rivendicazioni particolari, come l’innalzamento della paga minima oraria a 15 dollari o le campagne contro il fracking, l’estrazione idraulica del gas naturale. Fino ai gruppi che fanno appoggio militante esterno, affinché ObamaCare sia un successo politico per la Casa Bianca (anche se su questo tema proprio l‘AFLO-CIO ha appena subito lo smacco della defezione di 40mila portuali, che con la riforma di Obama dovranno pagare polizze più costose di quelle che avevano già). 

L’intento della AFL-CIO è di rivitalizzare con il concorso esterno di compagni di strada ideologici il moribondo movimento propriamente sindacale, che neppure in cinque anni di Casa Bianca del più sinistro dei presidenti USA è riuscito ad ottenere leggi ad hoc per le Union: per esempio procedure più spedite (e meno democratiche) per aumentare le presenze sui posti di lavoro. Se questa idea di snaturare l’identità e il ruolo del sindacato AFL-CIO prenderà corpo, l’America farà un altro passo verso l'Europa, dove il "sindacato cinghia di trasmissione del partito" è stato per decenni un concetto fondante della "democrazia" italiana, fino a sfociare nel riconoscimento della figura dei sindacati all’interno della Costituzione, con un peso politico e sociale abnorme a prescindere dalla effettiva rappresentanza.  

L'AFL-CIO sarà sempre di più uno strumento del partito democratico, con un destino di crescente irrilevanza sui posti di lavoro mascherato da una identità ancora più movimentista in chiave politica di quanto non sia ora. L'ultimo rapporto ufficiale del ministero del Lavoro, relativo al 2012, ha registrato infatti un ennesimo calo di iscritti veri dall’anno prima, e il trend appare inarrestabile: oggi ci sono solo 14,3 milioni di tesserati,  l'11,3% dei lavoratori, contro l'11,8% del 2011 (su 310 milioni di residenti). Tra i dipendenti del settore privato gli iscritti sono meno della metà del totale, 7 milioni, ossia il 6,6% del bacino potenziale, superati dai 7,3 milioni iscritti del settore pubblico, pari al 35,6% del totale. Il divario è la rappresentazione più netta di come sia incestuoso il rapporto tra la "politica", federale e locale, e i settori di addetti pubblici (maestri e personale scolastico e ospedaliero pubblico, lavoratori delle amministrazioni statali e municipali, poliziotti e pompieri): i sindacati pubblici finanziano e sostengono i candidati democratici (nella quasi totalità su scala nazionale), e quando questi ultimi sono eletti "ricambiano" con condizioni privilegiate economiche e normative, ovviamente a carico delle casse pubbliche. Da qui vengono i casi di fallimento, come Detroit, ma da qui nasce anche la perversa convenienza personale dei lavoratori pubblici a pagare per una tessera sindacale che poi "rende", almeno fino a quando ci sono i soldi delle casse pubbliche cui attingere per stipendi e pensioni che ormai sono decisamente più favorevoli di quelli del comparto privato. 

La legge federale americana richiede che, per istituire una Union sul posto di lavoro, i lavoratori interni interessati si attivino per raccogliere le firme di almeno il 30% dei colleghi. Ciò fa scattare, attraverso una richiesta del Board Federale del Lavoro, l’obbligo per il datore di tenere elezioni democratiche interne: se il sì vince con il 51% delle adesioni, nasce una Union che rappresenterà tutti, anche coloro che avevano votato no, nelle trattative con l'azienda per la stipula dei contratti periodici per definire paghe e benefici collettivi. Non esiste obbligo di iscrizione in assoluto a una Union, quando è costituita, ma chi non vuole essere membro può comunque essere obbligato a pagare una "commissione d'agenzia", per coprire le spese che il sindacato sostiene per poter operare e trattare con l'azienda: un costo che può essere equivalente o quasi a quello della tessera. In realtà esiste una vasta casistica di situazioni di conflitto nella vita dei rapporti sindacali, come dimostrato dalle cause promosse dai dipendenti, dai sindacati o dallo stesso Board del Lavoro, che sono approdate a verdetti della Corte Suprema, tutti comunque concordanti nel "non obbligo" ad essere membri del sindacato aziendale, anche quando è istituito. 

In America, in buona sostanza, le cifre complessive dicono che, in generale nel settore privato, gli individui preferiscono che il sindacato non si intrometta nelle relazioni tra lavoratore e management, dimostrando di fidarsi di più della propria forza negoziale nel confronto con un datore capitalista che ha tutto l'interesse a premiare le professionalità più valide per migliorare i propri profitti e meglio competere con i concorrenti. Questa tendenza si è anche tradotta sul terreno politico con legislazioni statali ad hoc (in circa la metà dei 50 Stati) che hanno introdotto normative che garantiscono il "diritto al lavoro", cioè che limitano il potere delle Union a "imporre" l'iscrizione e a obbligare a pagare "commissioni" al sindacato. 

di Glauco Maggi
twitter @glaucomaggi

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