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Complimenti per la trasmissione

Le ossessioni di Real Time, un Barnum moderno

Follie di un programma per pazzi quasi letterari

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
la mangia carta-igienica

C'è sempre un che di letterario nella pazzia dei semplici.
Nathaniel è un latin lover atipico: ama -sessualmente- tutte le sue Chrysler rosse fiammanti come se fossero le madamine del catalogo di un Don Giovanni immaginario. Michelle ingolla un litro di globuli rossi al giorno, roba da rendere anemico Bram Stoker. Poi s'erge, in tutta la prepotenza del gesto, una signora di cui vivaddio non ricordo il nome, la quale fa bollire un pentolino di liquido marrone con tubicino di plastica annesso, spiegando allegramente quanto sia importante per lei e il marito iniziare la giornata con un buon clistere di caffè; e questa cosa potrei giustificarla citando la produzione scatologica di Jonathan Swift. Potrei. Ma non lo faccio. In realtà tutti i suddetti sono soltanto alcuni dei casi umani che affollano Io e la mia ossessione (domenica,  Real   Time , ore 23.05), forse il più grande specchio sociale dell'umanità dai tempi dei freaks che intasavano il circo ottocentesco di Barnum. A Io e la mia ossessione esseri umani all'apparenza normali confessano i loro vizi inconfessabili. Una sera conquista il palco una tizia che ha un rapporto morboso col suo asciugacapelli, da vent'anni acceso nel letto, con conseguenze estreme tipo l'incendio del letto stesso e quello del proprio matrimonio («ma io non posso fare a meno del mio asciugacapelli»). Un'altra sera presenzia una nera in carne che si imbuca nei cinema per spiluccare in pace il suo rotolo di carta igienica quotidiano, possibilmente a quattro veli, morbido quanto una storia d'amore.
A vederlo ti pare impossibile un simile rovesciamento della realtà che non sia imbrigliato in un preordinato script telvisivo. Eppure gli psicotici e i derelitti, da sempre, sono materia di spettacolo. Il ragazzo scimmia, i gemelli siamesi o la donna barbuta dei baraccconi viaggianti non hanno in fondo niente di diverso dai coniugi che non possono vivere senza il loro clistere di caffè. Il monstrum latino, la meraviglia per la diversità, è parte del nostro bagaglio immaginario. Certo, Io e le mia ossessione non è Apostrophe o un film di Truffaut (anche se s'ode un'eco felliniana), ma, attratto io stesso da questo voyerismo devastante sarò l'ultimo a sparlarne...

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