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Buone intenzioni, cattivi effetti

Lo "stipendio minimo per legge"
che fa male agli americani più deboli

il governo federale lo ha stabilito a 7,25 dollari l'ora. E molti tra giovani e immigrati finiscono fuori dal mondo del lavoro, o a prestare opera in nero, perchè costano troppo ai datori di lavoro

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Lo "stipendio minimo per legge"
che fa male agli americani più deboli

La demagogia che ignora i crudi fatti. O, detto in altri termini, le buone intenzioni che portano a conseguenze indesiderate e nefaste. Un caso di scuola negli Stati Uniti e’ la paga minima oraria imposta a livello nazionale per legge del Congresso. Puo’ apparire assurdo che nel paese federalista per antonomasia possa esistere una norma votata a Washington che stabilisca che (oggi) il minimo obbligatorio che possa essere pagato per un’ora di lavoro sia 7,25 dollari, per un fattorino di Portland nell’Oregon come per una cassiera di supermercato a Savannah in Georgia. In realta’, ogni Stato puo’ autonomamente decidere un proprio livello minimo di retribuzione, per esempio il Washington State l’ha fissato a 9,12 dollari, e ovviamente ogni datore di lavoro puo’ dare di piu’ ai propri dipendenti se lo crede, anche nella stessa industria: i ristoranti di rango di Manhattan pagano molto di piu’ dei McDonalds della California, che a loro volta pagano piu’ dei McDonalds dell’Alabama. 

L’istituto della paga minima entro’ per la prima volta in una legislazione nel 1894 in Nuova Zelanda, e negli Usa con il New Deal degli Anni Trenta: nel 1935 fu dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema ma poi la legge e’ stata reintrodotta ed oggi e’ in vigore. Il perche’ piaccia alla sinistra e’ ovvio, essendo una forzatura del mercato che da’, sulla carta, migliori condizioni retributive a chi ha minor poter contrattuale nei confronti del datore di lavoro: e cio’ a prescindere dalle condizioni del mercato, dall’eta’ e dal  grado di professionalita’ ed esperienza dei lavoratori. Ma la domanda vera e scomoda, che la sinistra non si fa, e’ sugli effetti concreti dello stipendio minimo sui maggiori interessati, ossia su chi non riuscirebbe ad ottenere quella retribuzione solo grazie alla propria condizione, alla propria qualita’ di fornitore di lavoro a un datore disposto a pagarlo. Un sondaggio di qualche anno fa ha rilevato che il 90% degli economisti studiosi del mercato del lavoro ritiene che lo stipendio minimo aumenti la disoccupazione nella fascia di chi ha un basso livello di preparazione. Il primo fattore e’ l’inesperienza, come dimostra il fatto che tra chi ha piu’ di 24 anni solo il 2% guadagna oggi 7,25 dollari all’ora. Le vittime predestinate ad essere tenute fuori dal mercato del lavoro perche’ anche questa cifra minima e’ troppo alta sono dunque i giovanissimi, e soprattutto quelli delle minoranze. In America, si sa, sono gli ispanici e i neri senza educazione e professionalita’, in grado di svolgere solo funzioni di basso livello. 

La storia e’ piena di esempi relativi a diversi gruppi etnici e razziali, vittime di questa barriera normativa, e solo un buonismo cieco o in mala fede puo’ continuare a non vedere che la paga minima e’ in realta’ una misura che penalizza i poveri, non che li aiuta. Non a caso, la motivazione vera della sua introduzione agli albori, quando non c’era la correttezza politica che oggi riesce a intorbidire la percezione delle relazioni sociali, era il protezionisno di categorie che con la paga minima impedivano l’accesso sul mercato alla concorrenza degli ultimi arrivati. Lo storico ed economista afro-americano Thomas Sowell cita alcuni esempi in un articolo del New York Post dal titolo provocatorio e illuminante : “Perche’ i razzisti amano lo stipendio minimo”. 

Nel 1925, una legge fu approvata nella provincia canadese della British Columbia con l’intento esplicito di tagliar fuori gli immigranti giapponesi che cercavano lavoro nell’industria del legname e delle foreste e avrebbero accettato paghe minori dei locali. 

Un professore di Harvard del tempo in cui fu approvata la legge della paga minima in Australia, a fine Ottocento, scrisse un saggio di approvazione della misura in cui spiegava che era un mezzo “per proteggere lo standard di vita dei bianchi australiani dalla concorrenza invidiosa delle razze di colore, in particolare dei cinesi”, che avrebbero lavorato per meno. Ma se un datore di lavoro doveva pagare di piu’, ovviamente si rivolgeva alla fascia di bianchi piu’ preparati. 

In Sud Africa, durante l’apartheid, il “buonismo dei progressisti” mostro’ il suo volto piu’ perverso: i sindacati dei lavoratori bianchi spinsero per una legge che imponesse la paga minima per i lavoratori di tutte le razze, cosi’ da impedire ai neri di portare via posti ai bianchi sindacalizzati accettando di prendere una paga inferiore. 

E’ la stessa motivazione usata dalla prima legge, Davis-Bacon Act del 1931, introdotta negli Stati Uniti: nella legge si citavano le compagnie di costruzione degli Stati del Sud che, utilizzando dipendenti neri non sindacalizzati, erano in grado di andare al nord e di battere nella conquista delle commesse dei grandi lavori le aziende locali che avevano bianchi sindacalizzati che percepivano una paga piu’ alta. 

La conclusione di Sowell dovrebbe aprire gli occhi ai sostenitori di un nuovo aumento a 9 dollari della paga minima, come propone Obama, ma ci vorrebbe onesta’ intellettuale, e solo quella. Invece, “la gente che e’ contenta di fare l’avvocato per politiche che suonano buone, sia per ragioni politiche sia per sentirsi bene con se stessi, spesso non si preoccupa di riflettere in anticipo sulle conseguenze o di controllare i risultati successivamente”. E questo della paga minima e’ uno dei fattori per cui oggi la disoccupazione tra i giovani teenager neri e’ piu’ che doppia rispetto a quella dei bianchi, il 41,6%  contro il 20%. 

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