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La Casa Bianca "opaca" di Obama,
è caccia a chi parla con la stampa

Chi parla con i giornalisti è un "fuorilegge". L'amministrazione democratica non vuole "fughe di notizie" e "gole profonde" dal "palazzo"

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

La Casa Bianca "opaca" di Obama,
è caccia a chi parla con la stampa

Aveva promesso di essere “la piu’ trasparente della storia americana”, e invece quella di Obama “e’ l’amministrazione piu’ chiusa e ossessionata dalle fughe di notizie che mi sia mai capitato di coprire”. Siccome sono le parole di un giornalista politico da prima pagina del New York Times, David Sanger, potremmo fermarci qui, perche’ questo e’ un giudizio definitivo da una fonte non sospetta di antipatie preconcette verso i democratici. Ma quando si spiega Barack agli italiani le prove non bastano mai, anzi di solito non servono neppure per incrinare il pregiudizio – positivo a prescindere- che tanta parte del pubblico nazionale ha verso il primo presidente Usa nero. Tant’e’, noi andiamo avanti ad accumulare fatti, e testimonianze. Il tema, qui, e’ quello di un corpo di giornalisti che, nella grande maggioranza, sono simpatetici con questa Casa Bianca, fino ad apparire come dei veri reggicoda nelle piu’ delicate questioni sulle testate cartacee, dal New York Times al Washington Post, nelle reti Tv, da NBC a CBS ad ABC, nelle agenzie di stampa, dalla AP alla Reuters. Contro l’intera categoria dei reporter il governo ha scatenato una vera e propria “caccia alle streghe”, utilizzando un sistematico spionaggio interno sui propri funzionari per intimidirli e non farli parlare con la stampa. Le telefonate e le email verso l’esterno sono tenute sotto rigida verifica, e il clima e’ di censura preventiva al punto che, ormai, i reporter arrivano a servirsi di intermediari nei loro contatti con i membri delle agenzie e dei ministeri che, normalmente, fungono da fonti riservate, quelle che parlano “a condizione che non sia pubblicato il proprio nome”. La liberta’ di stampa funziona cosi’, d’altra parte: i giornalisti che devono documentare come agisce un ministero o una agenzia pubblica sono tanto piu’ bravi ed efficaci quanto piu’ riescono ad avere una ricca agenda di nomi che accettano di parlare senza l’ok dell’ufficio stampa. Al tempo di Bush, per non parlare di Nixon, sono diventati dei veri eroi sia i giornalisti sia le “gole profonde” nelle amministrazioni repubblicane che avevano rapporti segreti con loro. Con Barack, la musica e’ cambiata. Ha rispolverato la legge contro lo spionaggio del 1917 (Espionage Act) e dal 2009 otto persone, sei impiegati del governo e due contractors (uno e’ Edward Snowden) sono stati accusati e sono finiti sotto processo per averla violata. Piu’ di tutti precedenti presidenti messi insieme. Il brutto e’ che i Democratici sono a parole i paladini della creazione della figura legale dei “whistleblowers”, proprio per dare a chi fa parte di un governo, e nota atteggiamenti che ritiene meritevoli di essere conosciuti dal grande pubblico perche’ gli appaiono contrari all’interesse generale, la possibilita’ di parlare senza rischio di incriminazione, sotto la protezione del Congresso. Varie di queste otto vittime dell’ossessione obamiana contro le fughe di notizie potrebbero benissimo passare per “whistleblowers”, ma per l’amministrazione chi parla con i giornalisti delle politiche di governo e’ automaticamente un fuorilegge. Ha raccontato Sanger: “Un anno fa il capo dello staff di Obama ha mandato in giro un memo interno agli impiegati della Casa Bianca e delle agenzie dei servizi segreti con l’ordine di conservare ogni comunicazione avuta con me, via email e presumo anche telefonica. Il risultato e’ che mi hanno cominciato a dire: David, ti vogliamo bene ma non mandare piu’ email. Non parliamo piu’ finche’ sta roba non finisce”.  “I reporters stanno intervistando le loro fonti servendosi di intermediari, cosi’ gli informatori possono rispondere senza mentire, se sottoposti alla macchina della verita’, dicendo che non hanno parlato con il giornalista”, ha raccontato il cronista Cameron Barr del Washington Post a Leonard Downie Jr, ex direttore dello stesso quotidiano ed oggi professore di giornalismo alla Universita’ dell’Arizona, che ha scritto sul Washington Post un articolo dal titolo “Perche’ i giornalisti hanno paura del team Obama”. “Dobbiamo pensarci di piu’ quando usare il cellulare, quando mandare delle email, e quando vedere di persona le nostre fonti”, ha detto il senior managing editor (direttore) Michael Oreskes della Associated Press. Mesi fa, il governo Obama era gia’ stato al centro dello scandalo delle spiate da parte del ministero della Giustizia ai danni dei giornalisti della AP e della Fox News. 

di Glauco Maggi 

@GlaucoMaggi

 

 

 

 

 

 

 

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