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Il caso "pellerossa" nella Nfl

In Italia i cori razzisti,
in America i Redskins:
il politically correct sportivo
si merita un bel buuuu

Dalla Casa Bianca pressioni per far cambiare nome alla squadra di football di Washington

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

In Italia i cori razzisti,
in America i Redskins:
il politically correct sportivo 
si merita un bel buuuu

Addio “Redskins” (Pellerossa) di Washinton? E sparira’ la magia del derby con i Cowboys (tutti sanno chi sono) di Dallas? Mi raggiungono dall’Italia dei tifosi le storie della correttezza politica all’italiana, con punizioni e penalizzazioni  alle squadre se i fans usano slogan con riferimenti di razzismo territoriale, regionale o cittadino, e non posso non pensare di riflesso alla “disputa” che anima gli americani, con il presidente in testa, sul diritto della squadra di calcio americano della capitale di potersi continuare a chiamare con il nome che ha da decenni, “Redskins”, pellerossa.

Nata negli Anni 30 a Boston con il nome di Braves, i Coraggiosi, quando giocava al Braves Field, la squadra cambio’ nome in Redskins quando ando’ a giocare al Fenway park e si esibiva in parallelo con i Redsox, il team bostoniano di baseball. Qualche anno dopo, cosa possibile in America dove la mobilita’, anche quella sportiva, non e’ un problema, i padroni della squadra, e del suo nome, emigrarono a Washington. Da allora, i Redskins sono oggetto di una “venerazione quasi religiosa”, scrive Rich Lowry sul New York Post, che ricorda che da 70 anni c’e un inno di “guerra”,  “Hail the Redskins”, con tanto di banda e di “Redskinnettes”, le cheerleaders, o ragazze in maschera che sfilano prima delle partite. Tradizione pura, azzarderei innocente se e’ vero che viene dai lontani tempi di Franklyn Delano Roosevelt ed e’ durata fino ad oggi.

Ma, oggi, alla Casa Bianca c’e un campione del liberalismo, filosofia che negli Usa, a dispetto del nome, non si preoccupa di lasciare la liberta’ ad una squadra di chiamarsi con il nome con cui e’ diventata una istituzione. E vuole suggerire la denominazione governativa ad un team privatissimo. “Fossi il padrone dei Redskins penserei di cambiare il nome”, ha detto qualche giorno fa Barack, dopo il montare di polemiche sull’uso di un termine che e’ caduto in disgrazia nella cultura politicamente corretta che ha paura delle parole. Ieri e’ persino scesa in campo una tribu’, la Oneid Indian Nation, per chiedere ufficialmente a Dan Snyder, proprietario della squadra, di cambiare nome. Per spingere la sua causa, Ray Halbritter, il portavoce della tribu’ di “native americans”, come vengono ormai chiamati dal galateo dell’intellighenzia liberal, ha chiesto un incontro alla NFL,  la Lega Nazionale del Football. Ma i padroni delle squadre, finora, non hanno fatto alcuna pressione su Snyder, che ha sempre detto dal canto suo di voler mantenere il nome storico.

Che sia anacronistico e’ ovvio, ma e’ ridicola la pretesa di cancellarlo dalla storia americana, tanto piu’ che si usano regolarmente i termini “bianchi” e “neri” per indicare, beh, gli umani dalla pelle chiara e quelli dalla pelle scura. Noto cosi’ che davvero “il mondo e’ piatto”, come titola il best seller del giornalista del New York Times Thomas Friedman a proposito della competizione globale ormai possibile ad armi pari tra Cina ed occidente. Ma e’ anche “piatto”, tra Italia e Usa,  nel senso di livellato sul terreno sempre piu’ asfissiante e omogeneizzato della correttezza politica verbale. Il trend alla criminalizzazione delle parole e’ generale, e diventa fatale lo scadimento in farsa della preoccupazione legittima di mantenere civili gli scambi, le comunicazioni e le reali relazioni tra le persone, specialmente quando raggiungono la massa critica delle “curve”. Ma se e’ ovvia la condanna di ogni violenza fisica e di ogni aggressione verbale  dentro o all’esterno degli stadi, estenderla alla censura degli slogan, delle espressioni grasse e colorite, o anche volgari, che hanno fatto parte della storia del calcio e’ irritante e inutile. Si rassegnino le mogli degli arbitri italiani ad essere nei pensieri non sempre deferenti dei tifosi. E i “nativi americani” siano orgogliosi dei Redskins, non combattano una battaglia futile quando ne hanno di vere, per esempio il tasso di alcolismo o le violenze (attauli ed endemiche) alle donne nelle loro tribu’. Salvarsi la coscienza cancellando qualche parola e’ la scorciatoia della politica piu’ insulsa.

di Glauco Maggi 

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