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Ha vinto Obama (per ora)

Shutdown, Obamacare e il suicidio del Tea Party

Dopo settimane di caos sul rischio default si tornerà a parlare finalmente della fallimentare riforma sanitaria di Barack. Ma il Gop si sta facendo male da solo...

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

Barack Obama

Obama ha preso due piccioni con una fava negli ultimi 20 giorni. Ha sfidato e battuto i repubblicani, che pretendevano il rinvio di Obamacare in cambio del voto su budget e debito, costringendo i media Usa, ovviamente, a parlare solo di shutdown e di rischio di default. E così l’opinione pubblica è stata finora largamente tenuta all’oscuro del fiasco totale che si sta profilando, ironia del caso,  proprio per quella Obamacare che il presidente ha protetto con le unghie e con i denti. Ora che le pagine sono vuote di shutdown e default si possono finalmente leggere i primi resoconti del calvario digitale della legge, e del perché ciò stia succedendo. Il sito federale Healtcare.gov , al quale si deve accedere per comprare la polizza nei 36 stati che non hanno “borse” proprie ma hanno delegato il governo a gestire l’intera operazione, richiede che i richiedenti inseriscano tutta una serie di dettagliati dati personali, prima di avere accesso alle polizze tra cui scegliere, e di sapere a quali agevolazioni e sussidi hanno o non hanno diritto. Ma per il controllo dei dati forniti dall’interessato il sistema centrale Healtcare.gov deve interagire con altri website governativi o privati, come quello della Social Securities, e la giungla digitale fa saltare la navigazione nella grandissima maggioranza dei tentativi. La difficoltà tecnica al limite dell’insuperabile (lo stesso Obama ha detto “questi intoppi sono intollerabili”) è da ascrivere ad un disegno politico preciso: non far sapere il reale costo della polizza, ma soltanto quello “finale” che un acquirente dovra’ pagare, alleggerito dalla quota che lo stato, cioè i contribuenti,  si assume per ogni polizza. 

Obamacare è stata venduta come un programma di governo capace di dare l’assicurazione sanitaria ai 50 milioni (su 310) che ancora non ce l’avevano, senza toccare le condizioni dei già assicurati. “Se vuoi tenere la tua polizza non ti cambierà nulla. Punto”, era lo slogan usato da Obama per rassicurare la gente. Rimarrà memorabile della sua ineffabile capacità di mentire, e della vergognosa cura nel perdonargli queste uscite usata dai media domestici e internazionali. Era una solenne bugia, ma già che c’era il presidente dal cuore d’oro (con il sangue succhiato agli altri) aggiunse persino che, in media, i costi a famiglia sarebbero diminuiti di 2.500 dollari all’anno per polizza. Sono invece cresciuti, per i piani meno cari, del 99% in media per gli uomini e del 62% per le donne secondo il Manhattan Institute.

La verità, ben nota agli estensori della legge, era un’altra, sepolta dalla retorica buonista. Lo spiega bene Forbes in un articolo dal titolo illuminante sul “bidone tecnologico” che nasconde la vera finalità, socialista-redistributiva: “Il website di Obamacare è in tilt perché non vuole che tu sappia quanto costoso sia il tuo piano”. Obama sapeva che non stava aiutando la gente sana con reddito medio ad avere una polizza, ma voleva forzare questa gente a pagare di più per la copertura, in modo da dare i sussidi a persone con redditi vicini alla linea di povertà (i poveri hanno già la loro Medicaid pubblica e gratuita) e a chi è già  malato e non trovava una assicurazione che gli desse una polizza. L’intento socialista di ridistribuzione della ricchezza era nobile, ma Barack era un Robin Hood che aveva preferito astutamente rimanere in incognito nel 2010, quando fece passare la legge. 

Anche senza prevedere il marasma pratico che sarebbe scoppiato quasi 4 anni dopo, alla sua attuale entrata in vigore, l’opinione pubblica aveva capito che la legge era un “monstrum”, e infatti una maggioranza di americani, fino ad oggi, si è sempre dichiarata contraria anche senza averla sperimentata. Oggi  è una realtà, e piace sempre di meno. Cominciano a circolare richieste di dimissioni per la ministra della Salute Kathleen Sebelius, e gli esperti digitali sono scettici sul fatto che possano essere sistemati i “guasti” in un tempo accettabile. Tra 85 giorni, nel 2014, chi non ha la polizza deve per legge pagare una multa alternativa all’IRS, ma finora solo l’1% di quelli che sono entrati nel website sono riusciti a iscriversi (anche se non hanno potuto ancora avere materialmente la copertura e non hanno versato ancora nulla). Se tra tre mesi il website non sarà “guarito” sotto l’aspetto tecnico, sara’ lo stesso governo a dover rinviare Obamacare, paralizzata di fatto? Sarebbe una amara la vendetta per il GOP, che aveva chiesto senza successo il rinvio per gli individui durante la lite sullo shutdown, visto che Obama lo aveva gia’ imposto per le aziende . Ma sarebbe anche la prova dell’autolesionismo della strategia politica dei Tea Party in Congresso. Bastava lasciarla “funzionare”, e Obamacare sarebbe implosa da sé. 

di Glauco Maggi  
twitter @glaucomaggi

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