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Complimenti per la trasmissione

Person of Interest, come ti anticipo il Datagate

La serie di Top Crime

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
P.O.I.

Quando si dice le volute del destino. «Siamo sorvegliati, il governo dispone di un sistema segreto, una Macchina, che ci spia ogni ora di ogni singolo giorno. Lo so perché l’ho costruita io, ho ideato la macchina per prevenire atti di terrorismo, ma vede ogni cosa...».
In giorni feroci di Datagate, un po’ inquietano le parole che introducono il telefilm Person of Interest (Premium Crime, Italiauno, Italia2 random; da venerdì su Top Crome in prima time) di Mr. Finch miliardario solitario, inventore di un dispositivo orwelliano che indaga nelle vite degli altrui. Soprattutto da quando  fan maniaci mi fanno notare che nell’episodo 22 della prima serie era comparso un tizio esperto informatico pentito della Nsa, che rivelava il fantasmagorico intreccio d’intercettazioni a cui il governo americano ci sta sta sottoponendo in virtù della sua ossessione post-11 settembre. Era un Edward Snowden prima di Edward Snowden. Una trama, quella, peraltro a sua volta anticipata dal libro The Watchers: The Rise of Anerica’s Surveillance State di Shane Harris, dove la mole d’informazioni raccolte rappresenta sia la più terribile violazione della privacy di sempre, sia - simbolicamente- la gigantesca orchite d’un titano; se dovessi essere un agente addetto all’ascolto mi sparerei per noia. Ciò detto, la giusta collocazione di Person of Interest dopo essere dato per disperso nella palude del palinsesto notturno, è cosa buona e giusta.
P.o.i. (acronimo di «persona sottoposta ad indagine») è forse l’unica serie  dello scrittore JJ Abrams con un capo e una coda, che non sia stata ideata su base lisergica. La storia di Mr. Finch aiutato dall’agente Cia Reese/ Jim Caviezel ad individuare futuri delinquenti grazie a una piattaforma di telecamere, microfoni, web e un algoritimo in grado di «prevedere il crimine», vanta una regia adrenalinica e una trama imperniata sul disvelamento progressivo. Certo, come al solito Abrams rubacchia qua e là: a Nero Wolfe nella coppia capo statico/ dipendente superfigo; al PK Dick di Minority Report nella valutazione del crimine prima che avvenga; al ciclo di Jason Bourne di Ludlum. Fino a due settimane lo ritenevo, tecnicamente, un avvincente minchiatone. Ora sudo freddo




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