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Intervista a Gigi Datome

"A LeBron scrivevo su Twitter, ora lo sfido in campo"

L'ala dei Pistons esordiente in Nba: «Qui mi trattano da professionista, in Italia è difficile crescere. Adoro i miei compagni di squadra. Barba e capelli? Li taglierei solo per l'anello»

Sportin' Usa

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"A LeBron scrivevo su Twitter, ora lo sfido in campo"

Di nome fa Luigi, ma per noi è come se fosse D'Artagnan. Perché Gigi Datome, 26 anni, nato a Montebelluna ma cresciuto in Sardegna, è il quarto moschettiere azzurro in Nba dopo Bargnani, Belinelli e Gallinari. Sbarcato in estate negli Usa, piano piano si sta ritagliando uno spazio importante nei Detroit Pistons, la squadra che lo ha scelto dopo l'ottima annata a Roma.


Come stanno andando questi primi mesi a Detroit?

«Molto bene, l'ambiente è super e le persone anche. Ho trovato un clima di grande collaborazione, anche e soprattutto nei miei confronti che in un certo qual modo sono un rookie da queste parti. L'organizzazione sta facendo di tutto per mettermi a mio agio».

Con l'inglese come va?

«Bene, va sempre meglio anche se ogni tanto alcuni discorsi in slang sono un po' problematici. Non è assolutamente un problema, mi faccio capire sempre e se mi ripetono le cose che non capisco è un modo per imparare qualcosa di nuovo».

La città di Detroit sta vivendo momenti difficili. La crisi si sente molto? La frase “città fantasma” è secondo te giusta per descriverla?

«Onestamente no, perché vivendo fuori città ho avuto pochi momenti per vederla da vicino. Da fuori penso che chiamarla "città fantasma" non sia proprio esatto. So che c'è un tasso di criminalità alto, che ci sono grossi problemi economici ma nelle poche volte che l'ho vissuta non ho avuto questa sensazione. Ovviamente per la vita che faccio non mi immergo nella reale situazione della città».

Cosa l'ha stupita di più, in campo e fuori?

«In campo l'atletismo e la velocità del gioco. Fuori la precisione e la meticolosità con la quale una franchigia lavora e organizza la vita di atleti e tifosi. Perché proprio i fan sono al centro del mondo Nba».

Le differenze con l'Italia?

«Una cosa che mi ha colpito molto è che c'è molta più libertà nelle trasferte, ogni giocatore è trattato come un professionista. Non ci sono momenti comuni, ma solo un “ci vediamo all'ora x, pronti per partire”. E ognuno cena con chi vuole, vive il giorno prima della gara come vuole e fa ciò che ritiene più opportuno. Questo responsabilizza l'atleta e allo stesso tempo gli consente di vivere i momenti antecedenti l'incontro nel modo che tu ritieni più opportuno».

Le è già capitato qualcosa di “divertente”?

«La polizia mi ha fermato per un eccesso di velocità, ma mi ha graziato quando gli ho detto che ero un giocatore dei Pistons. Ha capito la mia buona fede, ero arrivato da due giorni e non avevo presente quanto fosse il limite di velocità. Però ora il jolly me lo sono giocato!».

L'emozione della prima partita in Nba? E del primo canestro?

«Prima della partita l'emozione c'era, come è normale che fosse, mentre al primo canestro non ho provato nulla di speciale. Quando sei in campo non c'è troppo tempo per pensare. Magari dopo, rivedendolo, qualche sensazione di soddisfazione ce l'ho avuta. E' ovvio che questi momenti me li porterò dentro, quando ricorderò i miei primi passi nella Nba».

Si è parlato di tante squadre interessate a te, da Boston a Milwaukee. Perché ha scelto Detroit?

«Fortunatamente avevo un ventaglio di opzioni che mi ha gratificato. Detroit però mi ha dimostrato di essere da subito molto interessata a me e l'ha fatto con grande convinzione: mi sono venuti a vedere più volte, mi hanno spiegato il loro progetto tecnico e il ruolo che avrei dovuto ricoprire nel loro mosaico, ovvero quello di aprire il campo col mio tiro e dare energia a rimbalzo e in difesa. Cercherò di ripagarli».

Cosa può già dare ai Pistons e in cosa invece deve migliorare?

«Cosa posso dare lo lascio dire al coach, mentre sicuramente devo migliorare nella comprensione del basket americano. È una pallacanestro diversa, che però giorno dopo giorno mi piace sempre di più».

L'accoglienza dei compagni come è stata? Ha ritrovato Jennings e un altro ex "italiano" come Jerebko.

«L'accoglienza è stata super, siamo un ottimo gruppo. Brandon è cresciuto moltissimo dai tempi di Roma ed anche Jonas rispetto a Biella ora ha trovato un suo status importante in Nba. È un piacere giocare in questa squadra».

Come è nata la gag con Drummond?

«Per caso. Lui era divertito per la mia capigliatura e poi ha lavorato un po' di fantasia... è bastato poco per fargli fare il giro di tutti i social network».

Con Rasheed Wallace il rapporto com'è?

«Sheed è un personaggio grandioso. Parla, mi dà consigli e mi tira qualche urlo. Ma la sua esperienza al servizio della squadra è un surplus importante. Averlo inserito nello staff è stata una scelta giusta».

Tra gli avversari invece, chi l'ha impressionato di più?

«Paul George di Indiana ed ovviamente Kevin Durant. È un giocatore pazzesco, che dal vivo è ancora più incredibile che dalla tv».

Quando ha scritto su Twitter a LeBron “Hi, I'm Gigione. Nice to meet you”, si aspettava di ritrovarlo da avversario?

«Onestamente non l'avevo calcolato! Non credo che glielo ricorderò con un po' di trash talking, raramente lo uso, credo che farlo proprio con lui possa essere un grave errore».

Ha parlato con gli altri italiani dell'Nba?

«Con tutti. Mago e Beli in Nazionale, Gallo al telefono. Tutti mi hanno dato consigli preziosi. Sono tutti giocatori affermati nel mondo della NBA, quindi ho fatto tesoro di ogni loro parola, dai consigli per la casa alle regole che ci sono da queste parti».

Chi potrebbe essere il prossimo italiano ad attraversare l'oceano?

«Domanda complessa, il talento non manca a noi italiani. Mancano gli spazi».

Ha già fissato qualche obiettivo per questa stagione?

«Il mio obiettivo è essere utile alla squadra e ripagare la franchigia della fiducia data. Questo vorrebbe dire aver fatto una buona stagione, avendo dimostrato di essere un giocatore vero Nba».

Il sogno?

«C'è, ma preferisco tenermelo dentro. Se apro il cassetto poi non vale.".

Un fioretto sulla barba?

«Pur di far bene in Nba me la taglierei senza problemi, tanto ricresce presto. Per i capelli si dovrebbe parlare di qualcosa di importante, come l'anello del titolo, sono il frutto di anni di pazienza e di rotture di scatole di amici e parenti!».


Matteo Spaziante

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