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Complimenti per la trasmissione

Masterpiece, un modo per abbattere i falsi talenti

Il talent letterario di Raitre

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
i tre giusrati

Masterpiece, il «primo talent letterario al mondo» (un promettente 5% di share, seppur ben trainato da Fazio) non ha nulla di letterario; e questa è la sua forza.

Prendete i candidati scrittori: sono personaggi esclusivamente televisivi. I suddetti personaggi supportati da regia adrenalinica, ottimo montaggio e fotografia straniante che attinge ai colori saturi del più noto Masterchef, rivelano sulla pagina scritta  un talento inversamente proporzionale alla loro dimistichezza davanti alla telecamera. A romanzare, di media, sono una chiavica; e il plot si sviluppa sul modo, crudele, di smascherarli. Un esempio. Arrivato fino alla prova di scrittura, il candidato più vivido della prima puntata, tale Antonio Landino, palermitano ex galeotto alla Balzac che di mestiere «gioca a carte, a volte si vince a volte si perde» e scrive «un po’ alla Chandler», visita, assieme a Marta impiegata ex anoressica, la casa di recupero giovanile di un certo «Don Rambo». Un ambiente ideale per inalare suggestioni e per intingerle, in diretta, in un «pezzo epistolare» di 30 minuti. Antonio, parlando in camera, è un artista: evoca «il fornelletto del caffè nelle cellette, lo sguardo dei tossicodipendenti tornati alla vita, gli abiti appallottolati nell’angolo...»; racconta, insomma, l’olezzo di emarginazione come fosse Hugo che racconta i Miserabili. E lo spettatore dice: bravissimo, Anto’! Adesso chissà che botta, a scriverlo, a mettere a sfrigolare su carta queste braciole di vita vissuta. Invece l’ex galeotto si produce «un compitino miserabile da giornalino delle scuole medie!» (urla il giudice Andrea De Carlo); e viene cacciato, con ignominia, dallo stesso De Carlo, da Taiye Selasi una Diana Ross più bella, e dall’ex magistrato Giancarlo De Cataldo  il quale prima l’aveva sponsorizzato. Lo stesso destino - la stroncatura tra racconti sgrammaticati, farciti di aggettivi e presunzione - tocca all’ex anoressica; al commerciante in astinenza sessuale; all’operaia toscana che si credeva Erri De Luca descrivendo la vita di fabbrica dal punto di vista di una quercia.

Masterpiece funziona non perchè parla di libri; non è Apostrophe e -vivaddio- non vuol esserlo. Ma perchè nella prima prima parte s’avvita sulle interviste di Coppola, sui «personaggi», sulle iperboli, sulle storie di chi vorrebbe fare libri; e su tali storie s’innestano altre storie: il prete che salva gli emarginati con la lotta libera, la balera ferma agli anni ’60. Nella seconda parte, invece, si ricorda che i personaggi in cerca d’autore aspirano a ad essere autori; e li ammazza nelle prove di narrazione (che lette dagli autori, coi loro accenti, appaiono onestamente più terribili di quel che sono). Questo è materia televisiva. E l’arrufianarsi la boss di Bompiani Elisabetta Sgarbi per essere pubblicati, in 50 secondi e salendo nell' ascensore  della Mole,be', dà l’idea esatta di cosa sia il marketing editoriale. Vince tal Lilith Di Rosa, uno scoppiatone permeato dagli inferni di Svevo e John Fante. Non importa che, poi non sappia scrivere. Il baricentro tv, come in tutti i talent, non è il traguardo, ma il percorso...

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Commenti all'articolo

  • cavallotrotto

    24 Novembre 2013 - 10:10

    egregio dottor specchia , ho letto e mi sono divertita . non conosco il programma di cui lei parla , non vedo i programmi rai perché sono di una stupidità extraterrena , lei mi ha dato un esempio .io non credo mai che gli scrittori propagandati dalle case editrici siano il meglio , anzi credo che vincano i mercati solo chi paga di più . una buona , anzi ottima , pubblicità , fa vendere anche le vaccate .

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