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La presidenziali

Hillary Clinton e i "papabilli"

Michelle Obama ha detto che non correrà alle presidenziali ma ciò non vuol dire che no ci saranno sfidanti seri per Hillary

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Hilary Clinton

Hilary Clinton

 A crederle sulla parola  (ma si puo’ oggi credere ancora a qualcuno che di cognome fa Obama, dopo Obamacare?) Michelle non correrà  “mai” per fare il presidente. “Non correrò mai per la Casa Bianca”, ha detto mesi fa al magazine Parade, scongiurando un passaggio diretto di poltrona in famiglia, stile Nord Corea o Cuba, di sicuro almeno per il 2016. Ma questo non vuol dire che per i democratici i giochi sono ormai fatti e non ci saranno sfidanti seri di Hillary che usciranno dall’armadio nel 2014 per iniziare a preparare la rete di supporto e raccogliere soldi. Non stiamo rispolverando il vecchio ronzino Joe Biden, la cui parte sarebbe di fare il “nonno alla Al Gore”, vice di un Numero Uno screditato. Parliamo di facce nuove.  Di un paio di nomi esordienti possibii abbiamo già dato conto nell’ultimo mese, citando come fonti le interviste del diretto interessato (il senatore socialista del Vermont Bernie Sanders, che ci sta pensando) e le investiture pubbliche dei Tea Party di sinistra, organizzazioni militanti come Democracy for America, Campaign for America’s Future e Progressive Change Campaign (a favore della senatrice ultraliberal del Massachusetts Elizabeth Warren). Ora un articolo del Weekly Standard su un personaggio non di primo pelo quanto a cariche, Brian Schweitzer, che e’ stato governatore del Montana dal gennaio 2005 al gennaio del 2013, ha decisamente gettato pure lui nell’arena dei papabili.

Schweitzer era la migliore speranza dei democratici per rimpiazzare Max Caucus quando quest’ultimo lascera’, come annunciato in aprile, il seggio di senatore del Montana. Aver vinto due volte la corsa a governatore in uno stato che alle presidenziali vota in forte prevalenza per il GOP sarebbe stata un’ottima carta da visita anche per diventare senatore. Ma Schweizer, 58 anni, sangue tedesco e irlandese, preferisce comandare e fare il Ceo in politica, e ha una opinione molto bassa delle cariche legislative. Cosi’ ha rifiutato l’offerta del Comitato Nazionale Democratico e ha invece cominciato ad elevare il proprio profilo nazionale. Difficile etichettarlo facilmente, quando si analizzano le sue posizioni sui temi piu’ importanti. E questa e’ un po’ la norma di chi, democratico, cerca voti in Stati Rossi, come e’ il suo caso: e’ pro armi e scelse uno del GOP come suo “secondo” per diventare governatore. E cio’ vale per i repubblicani che riescono a vincere negli Stati Blu, come e’ successo a Chris Christie nel New Jersey.

Riporta il periodico conservatore Weekly Standard che quando Scott Conroy di Real Clear Politics ha visto giorni fa una intervista di Schweitzer in Tv su temi di politica estera, un classico di chi si allena a farsi passare per esperto in tutto così da crescere in affidabilità,  ha telefonato all’assistente dell’ex governatore per fissare un colloquio futuro. Ma poco dopo Conroy si è sentito chiamare dallo stesso Schweitzer, e ci ha parlato per un’ora.  “Metterà l’aggiustamento di Obamacare al centro della campagna per il 2016?”, ha chiesto a un certo punto il giornalista, dopo  la prontissima ed entusiastica risposta alla sua chiamata. “Non ho detto che correro’, l’ho forse detto? E non ho detto neppure che non corrrero’ ”, lo ha “corretto” Schweitzer. Ma ha subito aggiunto, di fatto per confermare,  “è qualcosa in cui sono interessato”. 

Schweitzer è un populista progressista, che da una parte adora i fucili come Dick Cheney, e dall’altra è  stanco del “corporatismo” di Obama, che è come lui giudica la sudditanza del governo attuale alle corporazioni e ai lobbisti di Washington nei primi cinque anni di Barack. Se uno crede insomma che Obama sia un “populista” (e lo è), con Schweitzer ne avrebbe una versione “armata”  e non meno sinistra. Anzi di più, come si capisce sentendo che cosa pensa di Hillary. “La questione che abbiamo da chiarireè’: sarà la Clinton che guida i progressisti? O sara’ la Hillary che dice "io vincerò la nomination democratica, e quindi dal primo giorno posso sterzare a destra? Noi non ci possiamo permettere più la destra dura. Abbiamo avuto otto anni di Bush, e ora abbiamo avuto i cinque anni di Obama che, io direi, in molti casi e stato un paladino delle corporation”.

E’ chiaro che dopo otto anni del partito democratico di Obama alla Casa Bianca, e mentre monta un’ondata di ultraliberal che diventano sindaci rossi di importanti città, da New York a Boston, i democratici che correranno dovranno tenere conto del grado di saturazione che il paese avrà delle politiche “socialiste”. Mascherarsi dietro un populismo che spara su Washington, le lobby, le banche, cavalcando i temi degli scontenti  e dei radicali delle due sponde estreme dei Tea Party di destra e di sinistra e di Occupy Wall Street, appare come l’unica via per contendere la nomination alla Hillary. Clintonianamente, donna di mondo e di establishment, lei gradirebbe invece, davvero, una nomination in sordina, per conquistare il centro, gli indipendenti e i moderati, che sono gia’ oggi disgustati di Obama, e lo affondano nei sondaggi. Ma con tutte le candidature che spuntano, e tutte a soffiare sul fuoco all’economia appiccato da Obama con Obamacare e le sue politiche pro welfare e tassa & spendi, Hillary dovra’ salire sulle barricate e fare la pasionaria ultrà pure lei. Se vincerà  avvolta nel drappo rosso-sandinista che le regalerà de Blasio, che è stato il suo manager per la campagna al Senato a New York, oppure se sarà umiliata da un rappresentante limpido della nuova Sinistra Usa, che ha ormai conquistato il partito ex di Kennedy, l’America deciderà. Ma mentre per fare de Blasio sindaco a Manhattan sono andati alle urne il 17% degli aventi diritto (e gli assenti hanno sempre torto) nel novembre 2016 andrà a votare una percentuale di elettori nazionali tre o quattro volte maggiore. Nel 2004 (per Bush) e nel 2008 (Obama primo) furono il 64%, nel 2012 (Obama secondo) il 61.8%. Ossia una  maggioranza silenziosa che, si spera, non praticherà il suicidio assistito.

 

Glauco Maggi 

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