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Complimenti per la trasmissione

E se Paolo Mieli fosse a capo della Destra?

La strana suggestione di Omnibus

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
E se Paolo Mieli fosse a capo della Destra?

Paolo Mieli a capo della nuova destra: l’evoluzione di un conservatorismo perbene e in marsina ottocenetesca.

Era una suggestione, una modesta proposta di fantapolitica, quella  che promanava -profumo di panettone appena sfornato- nell’aria di Natale, dall’Omnibus (La7 ore 7.45) alato condotto sabato scorso da Alessandra Sardoni. Il titolo della puntata Tutti contro la legge di stabilità e gli ospiti - lo stesso Mieli, Fabrizio Barca il miglior tecnocrate della sua generazione, la politologa Sofia Ventura e  il sottoscritto, semplice spettatore - presagivano scintille dialettiche pro e contro il destino del nuovo Pd a firma Letta-Renzi, a matrice democristiana. Ma in realtà la notizia è uscita da Paolo Mieli che, in veste di giornalista/storico presentava in quella sede il suo  libro I conti con la storia (Rizzoli). Mieli cominciava gigioneggiando sulla destra di un tempo che fu, di strascico giolittiano ma con striature di sinistra «che risolveva i problemi specie quelli finanziari»; e arriva a criticare l’inerzia della spending review attuale: «I tagli della spesa pubblica in Italia non si faranno mai finchè non c’è la volontà ». «Cottarelli non ci sarà più, come non c’è stato più Bondi, e così Giarda», diceva Paolone, con occhio scintillante. Alchè Freccero prendeva la palla al balzo: «Mieli è stato il Grande Burattinaio ed ora ha individuato il nemico. Lui cita continuamente la destra storica, dal terzismo passa alla destra storica: c’è in lui una conversione». Cioè: Mieli deve rifondare la destra, ed ergersi a leader di una parte politica che leader più non ha. Alchè io m’aspettavo che Mieli -il liberal assoluto, l’uomo dell’endorsement a Prodi- tuonasse in una grassa risata. E invece eccolo sussurrare: «è un discorso  molto sensato...». Ed eccolo rispolverare: le incongruenze del vuoto politico del’92; la «sinistra che propone ma non risolve» e che oggi ha «pullover bellissimi»; Napo e Letta che non cuagliano; Quintino Sella che sapeva davvero come raddrizzare i bilanci come i veri, affezionati padroni tendono a raddrizzare le gambe dei loro cani.

 Ventura diceva: Renzi dovrà essere insieme Thatcher e Blair e Mieli scuoteva la testa sorridendo. E lì io mi ricordavo che in fondo Mieli è stato allievo di De Felice mai stati di sinistra ; e io lì me lo vedevo in politica, king maker d’una destra retrò in rosso pallido. Ah le suggestuioni delle feste...


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