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Complimenti per la trasmissione

Il Grasso Decalogo per una tv migliore

Dieci punti del critico del Corriere sul piccolo schermo per il 2014 (da condividere e non)

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downtown abbey

 

É un po’come discettare su una reliquia, sulla lingua del santo dei palinsesti.

Essendo il professor Aldo Grasso del Corriere della sera - col suo sussiego da colonnello asburgico, nonostante qualche scivolone - il nume tutelare della critica tv in Italia; ed essendo che i suoi impavidi «dieci desideri per la televisione del 2004» sul settimanale Oggi tra i più cliccati, procediamo -per gioco, per vezzo duchampiano- all’analisi delle analisi del critico.

1) Grasso desidera che «la tv parli meno di sè stessa», che la smetta di autonutrirsi, in una spirale psicomaniaco- depressiva, del sangue della cronaca e delle lacrime delle vedove. Giusto. Ma, il desiderio è già in via di realizzazione: dopo le abbuffate di Yara e Sara, i programmi di prime time ad essi dedicati non brillano; e quelli pomeridiani sono scomparsi.

2) Grasso vorrebbe «meno talk show d’approfondimento» ché sono solo passerelle per politici e narcisi. Teoricamente è vero. Ma finchè il rapporto qualità- prezzo regge (i talk costano meno, e nella crisi si spalmano soprattutto sul prime time ) e finchè reggono gli ascolti (Ballarò è sul 14%) sarà difficile. Semmai, meglio cambiare gli ospiti ed evitare la rissa. Non è un caso che i talk politici mattinieri -di La7, Rai o Sky- garbati e spesso con ospiti competenti che non accavallano le voci, aumentano la share.

3) Grasso non vede l’ora di «vedere una fiction italiana senza eroi, santi, navigatori». Ma, purtroppo questo è il paese degli eroi, dei santi e dei navigatori. La cui esaltazione spesso rimane il rimedio contro l’assuefazione alla mancanza d’etica e alla corruzione. E, a parte il fatto che a fronte di un Adriano Olivetti c’è sempre Una grande famiglia, l’agiografia in tv - a piccole dosi- si configura comunque, per lo spettatore medio, insufflata di speranza e forma di psicoterapia. Accadeva lo stesso con i film di Capra, Sturges e Hawks nella Grande Depressione Usa. A quei tempi Mad Men non sarebbe mai andato in onda...

4) Grasso sogna che «in Italia si faccia qualcosa di simile a Downtown Abbey». E grazie tante. Parliamo della serie inglese migliore d’ogni tempo. Sceneggiatura cristallina, scenografia sontuosa, cast perfetto. Però, diamine, ogni puntata, 48 minuti, costa 1 milione di sterline. Un milione. Se negli anni 70 avessero dato un budget del genere a Mario Bava sarebbe diventato Quentin Tarantino...

5) Grasso si domanda: «Verrà mai un giorno in cui la Rai, il Servizio pubblico farà un varietà bello come X-Factor? Tornerà Fiorello?». Ma, veramente, X-Factor ha esordito, appunto, sulla Raidue del tanto vituperato Antonio Marano. Ed era avvincente quanto l’odierno fenomeno su Sky (oltre a fare, nei tempi d’oro, più ascolto); dovremmo smetterla di affermare che se una stessa cosa fa la Rai è da pirla, e se va su Sky è da fighi (e lo dice uno che alla Rai non lesina critica). Su Fiorello: certo che tornerà, dipende dal contratto...

6) Grasso attacca i telecronisti del calcio che si parlano addosso e spera «nel silenzio». Ha ragione. Specie da quando hanno come appendice molesta il «commentatore». Ma voglio vederla una telecronaca senza telecronista. Anni fa c’erano i Gialappi che sdramatizzavano le partite; ma la loro satira andava bene per i primi due match d’un campionato. Dal terzo in poi tornavi su Bruno Pizzul...

7) Grasso si spertica: «Lunga vita a Milena Gabanelli. L’inchiesta è l’unico antidoto alla chiacchiera dei talk». E ha ragionissima. L’abbiamo sempre scritto. Viva Milena -che scrive  per il Corriere della sera -  e viva le inchieste (purché accurate...)

8) Grasso si augura: «sarebbe bello si cominciasse a discutere di tv di qualità, da non confodersi con la tv intelligente». E qua mi sfugge il concetto. É più «tv di qualità», per dire, Masterpiece da Grasso massacrato; o Plastik-Ultrabellezza terribile passerella sulla chirurgia estetica a base di silicone e botulino osannato da Grasso che plaudiva al «prof. Marco Klinger che ha rivelato un'insospettabile padronanza del mezzo» (e tutti ad arrovellarci: chi cavolo è il il prof. Klinger?).

9) Grasso scrive: «Vorrei che i palinsesti non venissero fatti dai Lucio Presta o dai Beppe Caschetto». Anch’io. E vorrei che i giornalisti non avessero Presta o caschetto come agenti.

10) Grasso non vorrebbe «vedere un Matteo Renzi in un programma di Bruno Vespa». Che significa? Che Renzi può andare da Fazio, o che non può proprio andare in tv? Ma se non può andare in tv Renzi sarebbe davvero Renzi ? (Citerei Kennedy nel dibattito alla Cbs nel 60, se l’argomento non venisse usato da Renzi come arma impropria...).


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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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