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La nomina

La signora Yellen a capo della Fed
Onestamente, c'è da toccare ferro

Ecco chi è l'erede di Ben Bernanke al vertice della banca centrale degli Usa: tutti i dubbi sulla liberal che crede nel "governo come correttore del mercato imperfetto"

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Janet L. Yellen

Janet L. Yellen

New York. Il Senato ha approvato la nomina di Janet L.Yellen, 67 anni, economista ed attuale vicepresidente, a presidente della Federal Reserve con una maggioranza di 56 contro 26, e con una nutrita schiera di 18 assenti, per lo più a causa del maltempo. Obama aveva ripiegato su di lei, dovendo rinunciare alla sua prima scelta Larry Summers, ex ministro del Tesoro di Clinton ed ex capo dei consiglieri economici dello stesso Barack, osteggiato da troppi senatori dello stesso partito democratico. La Yellen, dopo l’annuncio, non è mai stata in dubbio, invece, perchè un buon numero di parlamentari repubblicani (una dozzina l’ha poi votata) si era subito espresso a favore della prima donna nella storia centenaria della Banca Centrale americana, togliendo ogni velleità di ostruzionismo all’ala più conservatrice del GOP. E, soprattutto, perchè tutti i senatori democratici, compresi i più liberal, sono molto soddisfatti di avere una convinta keynesiana al vertice della FED. 

La speranza dei liberal e’ di avere una quinta colonna nella istituzione che formalmente decide la linea monetaria, ma che nella realtà è diventata da anni il braccio per la politica economica gradita alla Casa Bianca. Ma è una speranza che potrebbe andare almeno parzialmente delusa per la natura di questa carica, che era nata con la protezione di una totale indipendenza, ma che ultimamente e’ stata in sempre maggiore difficoltà nell’esercitarla. Con il primo paradosso che il predecessore della Yellen, Ben Bernanke, pur essendo stato nominato dal George W. Bush per le sue credenziali di conservatore, ha spinto sui tassi zero, e poi sullo stimolo mascherato da acquisto di bond pubblici e tossici, per tutti i primi cinque anni di Obama, che lo aveva riconfermato, con una intensità che ha sempre fatto gridare allo scandalo gli editorialisti puri “free market” del Wall Street Journal e i Tea Party contrari all’indebitamento federale. E con il secondo paradosso che, anche se la Yellen è ora il primo capo della FED ad essere stato scelto da un presidente democratico dopo Paul Volker, nominato da Jimmy Carter nel 1979, le sue mosse non saranno tanto più accomodanti di quelle di Ben Bernanke, che è quello che vorrebbero i politici più liberal fuori e dentro il Congresso.

Proprio in dicembre la FED ha avviato la retromarcia sul programma di acquisti di obbligazioni, tagliandolo dagli 85 miliardi al mese del 2012-2013 ai 75 miliardi attuali: e’ stato l’avviamento di un trend che il Consiglio dei Governatori della FED, guidato da Bernanke, ha deciso sulla base dei tenui miglioramenti dell’economia USA nel secondo semestre dell’anno scorso. E la Yellen ha pienamente appoggiato dalla sua posizione di vicepresidente questa linea, ed ora non potrà certo rimangiarsela bruscamente in febbraio, quando avrà il timone tutto nelle sue mani.

La esperienza di Bernanke e di Yellen (per la verità come si muoverà da leader è per ora una previsione, ma ha il sostegno delle decisioni prese negli anni come vice di Bernanke dal 2010) dice che gli ultimi governatori della FED, conservatori o liberal che siano stati per etichetta, non hanno brillato per coerenza ai loro riferimenti ideologici. E, ancora più gravemente, non hanno saputo individuare e contrastare, con il mezzo a loro disposizione della fissazione del livello dei tassi, le bolle e le devastanti crisi inferte all’economia americana. Alan Greenspan, nominato da Ronald Reagan e confermato poi da Bill Clinton, lasciò sviluppare la Internetmania della fine degli Anni Novanta e non “vide” il gonfiarsi della “esuberanza irrazionale” in Borsa e negli immobili. E Ben Bernanke, nominato da Bush Figlio e confermato da Obama, ha tenuto i tassi troppo bassi e troppo a lungo, gettando la benzina del dollaro a buon mercato sul fuoco delle politiche, volute dai parlamentari democratici con il sostegno di Fannie Mae e Freddie Mac a favore della diffusione della proprietà immobiliare presso il pubblico subprime e insolvente dei poveri e delle minoranze razziali.

Non fa ben sperare che la Yellen, oltre ad essere per militanza ideologica una liberal che crede nel governo come “correttore” del mercato “imperfetto”, non abbia capito, nè fatto una piega, quando si è trovata davanti alle precedenti crisi in posizioni di responsabilità. Nel 2004 era a capo della FED di San Francisco, e la California stava covando la maggiore bolla immobiliare in tutti gli Stati Uniti, con il confinante Nevada e la Florida. Countrywide Financial operava nella sua area ed era sotto la sua giurisdizione, e sarebbe poi diventata uno dei nomi simbolo dei fallimenti della Grande Recessione. “Onestamente non so che cosa avremmo potuto fare”, ha detto la Yellen alla Commissione di Inchiesta sulla Crisi Finanziaria nel 2010. “Non  so se sentivamo di avere il potere di fare qualcosa”. Onestamente, c’è da toccare ferro.

di Glauco Maggi
@GlaucoMaggi

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