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Complimenti per la trasmissione

Don Matteo, una fiction toccata dallo Spirito Santo

Il successo pazzesco del prete detective

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Don Matteo

Sarà antiquato, sgranato come una pellicola fintemente neorealista, così poco up to date e così tanto impasto mistico tra i vecchi telefilm di Derrick e del tenente Colombo.
Ma insomma, siccome quasi 8,8 milioni di spettatori non possono sbagliare tutt’insieme, si può tranquillamente affermare che la nuova serie di Don Matteo (Raiuno, giovedì, ore 21.20) è stata ancora una volta sfiorata dalle ali dello Spirito Santo. Antonio Dipollina su Repubblica, notando come il levigatissimo Downtown Abbey venisse schiacciato dagli ascolti del vecchio, atletico prete di campagna ha stigmatizzato il fatto che un Don Matteo, in fondo, gli italiani se lo meritano; non specificando, però, se si trattasse di Terence Hill o di Matteo Renzi. Ed è così.  Don Matteo, vivaddio, ce lo meritiamo. Come ci meritammo Guareschi, De Gasperi, i macchiaioli e le sortite sulla Valle del Po di Mario Soldati: l’anima antica e -come diceva Campanile- il respiro di un Paese civile.
 Vero: è dal 2000 che in Don Matteo cambia pochissimo. Ora, per dire, hanno trasferito il set da Gubbio a Spoleto, che non è come Los Angeles-New York; ma gli eugubini, avvezzi com’erano alle orde di turisti importate dal loro Padre Brown di provincia, sono impazziti di dolore per la grave perdita. Poi, gli sceneggiatori hanno fatto morire in un incidente d’auto, la figlia del maresciallo Cecchini, moglie del capitano Tommasi. Poi, i dialoghisti hanno provveduto -ogni tanto, con cautela- ad infarinare l’italiano incerto di Teremce Hill di termini fiscali («spending review») e citazioni di cantanti rap. Poi, basta. Rimane il solito Terence con il suo sorriso triste, che risolve i casi sfruculiando nelle coscienze nonostante i marescialli dei carabinieri goffi e volenterosi, le perpetue petulanti e i sacrestani un po’ sfigati. E, nello sciabordio di una sempre rassicurante struttura iterativa, si staglia sempre l’Umbria, regione di solito quieta ma, che qui per delitti e storiacce da raccontare sembra l’Oregon o il Wyoming dei fratelli Cohen. Tutti i pazzi pare passino tra Spoleto e Bevagna. Ma se anche se repliche di Don Matteo sfasciano l’audience, be’, un motivo ci sarà. E non è detto che sia di questa terra. Dominus  vobiscum...





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