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Romanzo

Vita quotidiana del giovane inetto Carlo nella Catania di fine Millennio

Il siciliano Raimondi narra la depressione di un cuore spezzato senza capacità di riscatto. Uno spaccato sociologico

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Ha pubblicato "Avere trent'anni e vivere con la mamma" (Bietti, 1997), "Uomini addosso" (ES, 1999), "Il mio principe azzurro" (ES, 2001, con Igor Sibaldi), "La repubblica delle marchette" (Stampa alternativa 2004, con Sabrina Giannini), "La cura dei sogni" (Salani, 2006), "Per sempre vostro" (Salani, 2009), "Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, 2012). Ha scritto per riviste e quotidiani, fra questi ultimi "Il Foglio". "Il Giornale" e, dal marzo 2010, "Libero". Lavora anche come traduttore letterario.
Vita quotidiana del giovane inetto Carlo nella Catania di fine Millennio

Ricevo un volume pubblicato da poco, un romanzo intitolato Se avessi previsto tutto questo. L'ha scritto Luca Raimondi, un giovanotto di Siracusa laureatosi in Filosofia a Catania una quindicina di anni fa. L'editore per la verità non mi convince molto. Si tratta delle edizioni Il foglio letterario di Piombino. Hanno scarsa distribuzione e non mi stupirei se avessero richiesto un contributo all'autore. Tantopiù che il lavoro di editing non è accurato. Concentriamoci però su questo lavoro. E' un lavoro di scavo nella memoria, magari basato su un diario che Raimondi teneva alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. Si tratta della storia di Carlo Piras, un ragazzo al primo anno di università, a Catania appunto, e del suo innamoramento per Tamara, la quale mantiene però una tormentata storia d'amore con il migliore amico di Carlo, Flavio. Ma mentre Flavio, senza essere particolarmente ambizioso, vive gli alti e bassi della sua esistenza con una certa intensità, il povero Carlo, come un giovane Werther, si limita a osservare il mondo scorrere. Il suo è un approccio tutto cerebrale, con scarse o nulle ricadute nella quotidianità. Insomma, Carlo è uno sfigato.

Non avendo nulla di epico da raccontare, la generazione dei trenta-quarantenni di cui l'autore fa parte, narra la propria storia, che è fatta davvero di piccole cose. Piccole soddisfazioni e grandi frustrazioni. Il libro si trascina talvolta stancamente nella descrizione del tormentoso girare a vuoto di Carlo. Inqualche punto più che come un romanzo io l'ho letto come uno spaccato sociologico, per la descrizione minuziosa che fa degli usi e delle abitudini degli universitari del Sud. Molti studenti sanno benissimo che la laurea in discipline umanistiche, presa dopo essersi sorbiti anni di lezioni noiose, di professori svogliati, di un sistema che ha obbligato le loro famiglie a mantenerli per anni, non procurerà loro alcun lavoro dignitoso. Hanno già perso in partenza. Se poi ci mettiamo la difficoltà dei rapporti interpersonali e con ragazze che faticano a vedere in loro l'uomo dei sogni e di una vita insieme, abbiamo il quadro completo di una situazione alquanto deprimente.

Raimondi se la cava con l'arma dell'ironia. Vi fa ricorso ogni volta che può, perfino in eccesso, per stemperare la consapevolezza del fallimento del suo personaggio, un vero inetto, non a caso accostato agli inetti di Italo Svevo. Ma la Trieste di Svevo è lontana nel tempo e nello spazio dalla Catania e dalla Siracusa di Raimondi-Piras. Lo scenario del giovane studente squattrinato sono pub untuosi, sale da concerto buie e affollate, aule grigie, appartamentini sovraffollati. Il suo immaginario è ingombro dell'idolatria pop di fine millennio, con tanta televisione e tanto cinema, ma in fondo vuoto al punto che perfino una lectio magistralis di Jovanotti pare un evento epocale.

Quello che ho capito, al termine della lettura, è che al Sud ci si annoia parecchio, perfino più che al Nord. All'università, temo, ci si annoia parecchio. Si perda la stima di sé perché non ci si sente adatti ad affrontare il mondo adulto. E' un peccato e mette tristeza, questo lungo racconto. Nel finale l'autore tenta la carta del riscatto del suo protagonista, ma la voce suona stonata e l'epilogo pare posticcio. Carlo, per vincere la sua sfida, ha bisogno ancora di anni e di batoste. In nessun momento di questo percorso rinunciatario il lettore si sentirà tentato d'invidiarlo. E perfino Catania, una città ricca di tesori architettonici e ambientali, appare ostile, sporca, tuttalpiù indifferente al percorso esistenziale dei suoi giovani abitanti. 

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