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La fuga dei cervelli

Il sogno americano parla e "suona" italiano
Ecco le storie di chi ce l'ha fatta

Giovani ragazzi che arrivano negli States dopo aver lasciato il nostro Paese e trovano la loro strada. Emanuele, Sofia, Gianpiero e Federico: ecco il loro successo lontano da "casa"

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Il sogno americano parla e "suona" italiano
Ecco le storie di chi ce l'ha fatta

Si tengono convegni e si scrivono fiumi di parole sul fenomeno della “fuga dei cervelli” verso gli Stati Uniti. Un ministro della Repubblica,  secondo quanto ha riferito all’Istituto Calandra il Dean Anthony Tamburri introducendo l’ultima iniziativa accademica sul tema (28 gennaio: I Giovani d’Italia, l’Italia che vive a New York) avrebbe sottilizzato qualche mese fa, in un incontro con la comunita’ italiana di Manhattan, che “non si deve parlare di fughe di cervelli ma di <spostamenti di talenti>. Whatever, dicono qui. (Sarebbe: vabbe’, chi se ne frega, andiamo avanti). 
E’ il senso vero, cioe’ lo spirito insopprimibile assolutamente individuale con il quale si spostano i talenti, o fuggono i cervelli, che dovrebbe essere studiato, e capito. Non criminalizzato o osannato, ma capito. Perche’ questo e’ il primo passo per vedere se qualcosa possa, o debba, essere fatta per “affrontare il problema”. Metto le virgolette, perche’ e’ la vulgata pigra dei politici italiani che considera il fenomeno “un problema da affrontare”, per me non lo e’ affatto. 
Ma, allora, come si fa a “capire”? 


Martedi’ 28, alla serata cosponsorizzata dal Calandra Institute (Studi sulla cultura italiana) e da Ilica (Alleanza interculturale per la promozione della lingua italiana) ho imparato una cosa che e’ evidentemente troppo facile per essere usata per analizzare le ragioni della migrazione dai soloni degli editoriali, dai sociologi, dagli economisti. Il modo migliore per afferrare le motivazioni profonde, reali, della nuova migrazione verso gli Stati Uniti del terzo millennio, e’ di far parlare i protagonisti. Davanti a un pubblico curioso e senza agende. Interessato ad ascoltare le loro storie come se ci si trovasse in una casa di amici, con anime simpatetiche.  Un incontro che sembrava, nella accezione piu’ positiva e maieutica, una serata di Emigrati Anonimi, ansiosi di indagarsi e disponibili ad aprirsi. Ma i quattro testimoni invitati non avevano alcun motivo per nascondere il loro nome, anzi. Orgogliosi, convinti della propria esperienza, naturali e a loro agio nella nuova condizione di cittadini a doppia faccia. Ancora italiani, ostinatamente italiani, ma proiettati senza ritorno nella nuova patria di adozione. 


Il primo a parlare e’ stato Emanuele Tozzi, che da un paese dell’Abruzzo, con la laurea in legge e la passione della musica, aveva “assaggiato” l’America da liceale per un anno a Houston, e poi e’ tornato nel 2006 negli Usa come orchestrale ad Aspen (Colorado), per due anni, prima di venire a cercare la fortuna a New York come musicista. “E’ una grande sfida tentare di trasferire le mie radici e il profumo della mia terra in questo paese. Ma io ci spero e sono qui per insistere nel mio sogno. Amo questo paese perche’ ti da’ un senso di liberta’. Penso che soprattutto New York ti offra l’occasione di scoprire te stesso. Ti mostra i tuoi punti di forza e le tue fragilita’”. 
L’entusiasmo con cui ha descritto la liberta’ che si avverte qui, e la sfida per farcela, suonavano quasi come uno spot, come frasi fatte.  Ma gli occhi, il tono delle parole, il linguaggio del corpo no, raccontavano una soddisfazione e una carica, e una voglia di vivere, impossibili da mettere in una statistica basata su freddi questionari, o sul numero degli studenti italiani che affrontano gli esami SAT per entrare nei college Usa.  


Poi ha parlato Sofia Falleroni, che ha lasciato le Marche nel 2005 con una borsa di studio di un anno per inseguire pure lei una carriera musicale, a Boston. Ha capito che non era quella la sua strada, ma ha trovato in corsa un rimpiazzo, il business del mattone, ed oggi e’ felicissima del lavoro che fa, agente immobiliare a New York. “Sento che la societa’ americana si basi su un sistema veramente meritocratico rispetto a quello che c’e’ in Italia. Qui una opportunita’ la gente te la offre. E se e’ vero che la competizione e’ feroce, in special modo in questa citta’, cio’ ti spinge a provare sempre a migliorarti”. Che cosa aggiungere? Che i sorrisi che hanno accompagnato le sue parole erano anche piu’ convincenti. La scelta e’ irreversibile, anche se Sofia ha oggi due passaporti, “perche’ se non avessi potuto conservare quello italiano, non avrei chiesto la cittadinanza americana”.  Come Sofia, anche gli altri tre testimoni hanno difeso, addirittura rivendicato, una italianita’ irrinunciabile. Ma cio’, oltre ad essere comprensibile per l’ancora fresco distacco,  e’ una ulteriore prova della “sconfitta” subita dall’Italia. Non la lasciano persone che la odiano, che lo fanno per dispetto, che la “devono” abbandonare come gli emigranti di un secolo fa, ma giovani che lo fanno per piacere, per passione, per cambiare in meglio, in tutta liberta’ di coscienza.


Anche Gianpiero Pagliaro, dalla provincia di Cosenza, e’ qui dal 2006 come Tozzi, e oggi fa il manager della Mediterranean Shipping Co. Il suo e’ un caso di amore e prima vista, non di attrazione fatale da lontano. “Dovevo stare tre mesi per studiare inglese, non pensavo di trasferirmi qui, anzi avevo  in mente altre mete. Ma questo e’ un ambiente in cui tu puoi ancora sognare. E dove puoi trovare un sacco di gente che ha voglia di aiutarti a raggiungere i tuoi obiettivi”. Gianpiero ha passato il primo anno in Sud Carolina e poi ha fatto il trasloco a New York, dove e’ entrato nella camera di Commercio Italo Americana, ed ora e’ membro del consiglio esecutivo di ILICA, presieduto dal suo fondatore Vincenzo Marra. 
L’ultimo del quartetto e’ il caso piu’ sorprendente. Venire qui per la musica (s’e’ innamorato pure Jovanotti, che passa sempre piu’ tempo a New York, e ci ha fatto studiare la figlia alla Scuola Italiana Guglielmo Marconi), o per fare il manager di corporation,  o per diventare agente immobiliare non stupisce, sono carriere normali. Invece Federico Frangiamore, da Pordenone, e’ un golfista professionista italiano, in carriera, che ha deciso un anno fa di venire a cimentarsi negli Usa. Pensa di entrare nelle gare del circuito PGA (Professional Golf Association), e, chissa’, di sfidare Tiger Woods. Intanto sta facendo l’istruttore per adulti e per bambini al Golf Manhattan Club, e sul suo biglietto da visita c’e’  scritto “Federico Frangiamore Teaching Professional”. “Amo l’attenzione che questo paese dimostra verso lo sport e soprattutto le attivita’ che le scuole dedicano a tutte le discipline”, ha detto Frangiamore. E ha aggiunto a testa alta, nella terra dove il limite e’ il cielo “la mia ambizione e’ di insegnare agli americani il modo italiano, molto piu’ basato sulla tecnica, di giocare al golf”.  
Ecco chi sono, ecco cosa vogliono, ecco perche’ vengono qui i giovani italiani sognatori. Questi non li fa tornare nessuno, cervelli o talenti che siano. Semplicemente, l’America fa per loro.

di Glauco Maggi 

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