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Complimenti per la trasmissione

Suits, il fascino perverso degli avvocati a New York

Il successi sussurrato della serie Premiun Mediaset

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Suits, il fascino perverso degli avvocati a New York

Perry Mason, al confronto, era  un avvocaticchio, un «parafangaro» (un avvocaticchio da incidenti assicurativi).
Per chiunque abbia solo respirato le location da aeroporto dei grandi studi legali -parquet in wengè, frigo bar d’alta classe, scrivanie domotiche, praticanti usati come zerbini-, la serie Suits (Joy Mediaset Premium, giovedì prime time) insuffla un senso di vertigine. Devo ancora capire se sia un bene o un male. É ambientata nel grattacielo dello Pearson&Hardman  «tra i top studios di New York dove si assumono solo laureati ad Harvard» - roba che pare estratta da un romanzo luccicante di Jay McInerney-. Ruota sulla storia di Harvey Specter socio senior, belloccio, elegantissimo cinico; e fotografa esattamente la fauna che s’aggira tra gli uffici e le aule di tribunale. Ci sono i due soci fondatori Jessica, bella e snobissima che non ride mai se non sa di aver già dato la colpa a qualcun’altro; e Daniel, che gioca a golf coi giudici e che avendo sottratto soldi ai clienti per mantenere l’amante mentre la moglie moriva di cancro, è stato spinto alle dimissioni (ma vuole tornare per riprendere il potere). C’è Louis, paranoico, sgradevole alla vista e al tatto, genio della contabilità ma descritto come una sorta di Jago pronto sempre a passare dalla parte del più forte. C’è Donna, segretaria vamposa e pignola che viene licenziata per un errore non commesso. C’è Rachel, assistente innamorata di Mike. Il quale è una mente giuridica raffinatissima con una memoria fotografica, che s’arrabatta tra una finta laurea e una nonna saggia. Per inciso, la nonna è l’unico personaggio totalmente positivo della serie. Infatti, dopo pochi episodi, muore.
In Suits ti accorgi quanto la spietatezza trasudi da ordinanze, ingiunzioni, strategie processuali. E quanto la cura della parcella e del cliente milionario affoghino ogni barlume d’etica e d’umanità; per dire, l’altra sera Harvey ha ridotto alla fame un gruppo d’infermiere sindacalizzate. Però, al contempo, Suits ti avviluppa dai dialoghi perfetti, dalle infinite sfaccettature dei personaggi (Harvey lo stronzo ha fatto una gavetta pazzesca...), dalle battute e dei colpi di scena. Suits è una serie molto bella e spietata. E ti ricorda ogni giorno perchè non hai fatto l’avvocato. Certo, poi hai fatto il giornalista, e forse è peggio...




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